Friday, August 22, 2014
0

La trappola della sicurezza

CHICAGO – Anche in un contesto di una crescente integrazione a livello mondiale, la parola “sicurezza” spunta di frequente in espressioni quali “sicurezza alimentare” o “sicurezza energetica”. Dietro queste espressioni ci sono di solito paesi che costruiscono e controllano le proprie strutture di produzione senza badare a costi, come i paesi arabi che coltivano il grano nel deserto senza l’ausilio dell’acqua, e la Cina che ha fatto il suo ingresso nel capitale di alcune società petrolifere in Sudan. Ma dal punto di vista economico, hanno un senso queste attività? Se così non fosse, cosa si dovrebbe fare a livello mondiale per ridurre la necessità di queste operazioni?

Prendiamo, innanzitutto, in considerazione le risorse straniere. Si potrebbe pensare che un paese che possiede riserve di petrolio straniere possa utilizzare i profitti ricavati dalla vendita per salvaguardare la sua economia dai prezzi elevati del petrolio nel contesto mondiale. Il che non ha comunque senso dal punto di vista economico. Il mercato mondiale fissa il prezzo del petrolio in base al costo di opportunità. Piuttosto che sovvenzionare il prezzo del petrolio nel mercato interno (spingendo, quindi, l’industria manifatturiera ed i consumatori interni ad utilizzare una quantità eccessiva di petrolio), avrebbe più senso lasciare che il prezzo interno aumenti fino a raggiungere i livelli del prezzo internazionale, distribuendo in seguito alla popolazione la sopravvenienza attiva delle riserve petrolifere straniere.

Un aspetto importante da considerare è che le decisioni economiche fondamentali non dovrebbero essere influenzate dal possesso di nuove riserve petrolifere straniere. Ma, a causa delle pressioni politiche esercitate da piccoli ma potenti gruppi di interesse, eventuali sopravvenienze attive verrebbero, inevitabilmente, utilizzate a livello nazionale sotto forma di sussidi incauti. Pertanto, il paese in questione arriverà a prendere delle decisioni economiche non proprio ideali.

L’acquisizione di riserve petrolifere straniere potrebbe portare ad una perequazione delle entrate pubbliche? In generale, un’acquisizione risulterà sempre vantaggiosa se si considera il momento in cui il prezzo della risorsa acquistata è in rialzo. Ma una riduzione del prezzo del petrolio, comporta una perdita di reddito e ricchezza (legata ad investimenti di denaro in altre risorse) da parte dei cittadini. Supponendo che il prezzo delle riserve petrolifere straniere venga fissato in modo equo al momento dell’acquisto, il paese ne trarrà un vantaggio solo nel caso in cui l’acquisto effettuato comporti una perequazione del suo introito. Ciò nonostante l’acquisto potrebbe far aumentare la volatilità del reddito persino per i paesi che dipendono fortemente dal petrolio.

Ad esempio, in grandi paesi come Stati Uniti e Cina, che rappresentano una proporzione significativa della domanda mondiale, il prezzo mondiale del petrolio sarà quasi sicuramente elevato durante la fase di crescita del paese e in una fase in cui gli stessi cittadini godono di un reddito alto. Sarà invece basso durante la fase di flessione. Le riserve petrolifere straniere non rappresentano un buon investimento in questi casi, in quanto non fanno altro che sottrarre parte del reddito individuale in una fase in cui è già basso di suo, e aumentarlo quando è già alto.

Se è vero che l’acquisizione di risorse petrolifere rappresenta un buon investimento (come nei piccoli paesi consumatori di petrolio), non si capisce come l’acquisto di quote di aziende poco trasparenti in paesi stranieri possa essere considerata come la migliore strategia. E’ molto probabile che il diritto di proprietà di un paese nei confronti delle riserve petrolifere straniere venga meno con l’aumento del prezzo del petrolio. Anche nel caso in cui l’azienda straniera non decida di estromettere i proprietari minori, il governo sarà comunque tentato di espropriare i proprietari stranieri attraverso una windfall tax, una tassa sull'eccesso di profitti di compagnie private, (nel caso di un governo sofisticato) o attraverso il processo di nazionalizzazione (nel caso invece di un governo poco sofisticato), in particolar modo se gli elettori arrivano a percepire, con il senno di poi e sull’onda di un incitamento populista, che le risorse sono state vendute ad un prezzo troppo basso.

Forse, però, quello che i paesi temono di più non sono tanto i prezzi elevati, quanto un crollo totale del mercato e la discesa verso un mondo autarchico alla “Mad Max” in cui il petrolio scarseggia, nessun paese vuole commerciare il suo petrolio e dove non esiste il prezzo di mercato. Se dovessero verificarsi circostanze simili, l’acquisizione di riserve di petrolio all’estero perderebbe, con ogni probabilità, il suo valore, poiché ciascun paese potrebbe utilizzare solo il petrolio prodotto all’interno dei suoi confini politici (o quello prodotto all’interno dei confini dei paesi vicini, dopo averli invasi).

E’ in un simile contesto mondiale che un’operazione poco assennata come quella di crescere il grano nel deserto per assicurare la sicurezza alimentare inizia, apparentemente, ad avere un senso. Non occorre esplorare nuove alternative, come ad esempio un utilizzo più efficiente dei prodotti, la loro diversificazione in surrogati più facilmente accessibili e la riduzione del consumo in generale (anche se, in tutti questi casi, è più semplice gestire le carenze energetiche che le carenze alimentari).

Inoltre, persino in un mondo così tetro, è difficile immaginare che il mercato crolli del tutto o per un lungo periodo. E’ facile immaginare commercianti in nero e trafficanti che comprano il grano dove è disponibile per rivenderlo nelle zone in cui non lo è. Pertanto, a meno che i governi non creino, probabilmente a costi proibitivi, delle barriere a prova di infiltrazioni intorno ai loro paesi, dovremo aspettarci il ritorno di un mercato mondiale implicito.

Tuttavia, comprensibilmente, gran parte dei paesi decidono di collocare la produzione nel mercato locale e di proteggerlo dal commercio straniero, per timore di un collasso del mercato a causa di un’eventuale guerra, sanzioni commerciali o semplicemente a seguito di decisioni poco lungimiranti da parte dei governi stranieri, quale forma di protezione delle proprie popolazioni da eventuali aumenti di prezzo. Paradossalmente, una volta che un paese si è creato una sua forma di sicurezza, avrà incentivi più deboli per evitare un eventuale crollo del mercato che scatena la ricerca iniziale di sicurezza.

Un accordo commerciale che faccia in modo che i paesi non impongano un divieto di esportazione, in particolar modo di beni essenziali, salvo che in situazioni di grave (ma da verificare) avversità interna, potrebbe aiutare a ridurre il timore di un eventuale crollo del mercato. Allo stesso modo, la creazione di riserve di risorse internazionali strategiche in territori neutrali, e con una gestione neutrale, potrebbe aiutare ad alleviare le preoccupazioni legate ad eventuali sconvolgimenti politici.

Purtroppo, tutto questo richiede un ampio consenso politico a livello internazionale, cooperazione e volontà, tutti elementi che di questi tempi scarseggiano. Fino a quando non troveremo una volontà collettiva, la spinta finalizzata alla sicurezza economica nazionale continuerà a portare verso un’insicurezza collettiva.

Hide Comments Hide Comments Read Comments (0)

Please login or register to post a comment

Featured