Friday, April 18, 2014
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L’Abbaglio Della Disoccupazione Giovanile

PARGI – Gli economisti di tutto il mondo hanno bisogno di strumenti migliori per poter misurare l’attività economica. Poiché per la valutazione dello stato di salute del sistema economico si basano sui tassi di crescita del PIL, quasi tutti non hanno colto i segni premonitori della crisi finanziaria del 2008, tra cui la bolla immobiliare da 8 mila miliardi di dollari degli Stati Uniti, e le bolle patrimoniali in Spagna, Irlanda e Gran Bretagna. Insieme alle famiglie, alle istituzioni finanziarie, agli investitori ed ai governi, gli economisti sono stati travolti dall’euforia finanziaria che ha portato ad un’eccessiva assunzione di rischi ed ad un rapporto di indebitamento eccessivo di banche e famiglie. Persino gli squilibri macroeconomici della zona euro sono passati quasi inosservati.

Anche le stime della disoccupazione sono sorprendentemente ingannevoli – un problema serio, se si considera che insieme agli indicatori del PIL, la disoccupazione orienta moltissimo il dibattito sulla politica economica. Una disoccupazione giovanile esageratamente alta  –presumibilmente vicina al 50% in Spagna e Grecia, e più del 20% nella zona Euro nel suo complesso - fa notizia ogni giorno. Ma queste cifre sono il risultato di una metodologia errata, in quanto fanno apparire la situazione molto peggiore di quel che è.

Il problema deriva dal modo in cui si misura la disoccupazione: il tasso di disoccupazione degli adulti viene calcolato dividendo il numero degli individui disoccupati per quello di tutti gli individui sul mercato del lavoro. Così se la forza lavoro comprende 200 lavoratori, e 20 sono disoccupati, il tasso di disoccupazione è del 10%.

Ma i milioni di giovani che frequentano l’università o i programmi di formazione professionale non sono considerati parte della forza lavoro, in quanto né lavorano e né cercano lavoro. Nel calcolo della disoccupazione giovanile, cioè, lo stesso numero di individui disoccupati è diviso per un numero molto inferiore, per rispecchiare una quota di forza lavoro più piccola, il che fa apparire il tasso di disoccupazione molto più alto.

Nell’esempio precedente diciamo che 150 dei 200 lavoratori diventano studenti universitari a tempo pieno. Soltanto 50 individui rimangono nel mercato del lavoro. Sebbene il numero dei disoccupati rimane di 20, il tasso di disoccupazione quadruplica, al 40%. Così il risultato perverso di questo modo di conteggiare la disoccupazione è che tanto maggiore è il numero dei giovani che perseguono un livello di istruzione o una formazione supplementare, tanto più in alto sale il tasso di disoccupazione giovanile.

Mentre le misure standard gonfiano la disoccupazione giovanile, probabilmente sottostimano la disoccupazione degli adulti, perché coloro che hanno smesso di cercare un lavoro non sono conteggiati tra i disoccupati. Dato che la Grande Recessione fa salire il numero di tali “lavoratori scoraggiati”, il tasso di disoccupazione degli adulti sembra abbassarsi –presentando una immagine distorta della realtà.

Fortunatamente esiste una metodologia migliore: il rapporto di disoccupazione giovanile – il numero dei giovani disoccupati relativamente al totale della popolazione di età compresa tra i 16 ed i 24 anni –è un indicatore di gran lunga più significativo del tasso di disoccupazione giovanile. Eurostat, l’agenzia statistica dell’Unione Europea calcola la disoccupazione giovanile usando entrambe le metodologie, ma solo l’indicatore errato viene ampliamente segnalato, nonostante le discrepanze maggiori. Ad esempio, il tasso di disoccupazione giovanile spagnolo del 48.9% implica condizioni significativamente peggiori per i giovani del rapporto di disoccupazione giovanile uguale al 19%. Allo stesso modo, il tasso della Grecia è del 49.3%, ma il rapporto è uguale solo al 13%. E l’alto tasso della zona euro del 20.8% supera di gran lunga il rapporto uguale al 8.7%.

A dire il vero, un rapporto di disoccupazione giovanile del 13% o del 19% non è motivo di compiacimento. Ma, mentre il tasso di disoccupazione giovanile dell’Eurozona è aumentato dal 2009, il suo rapporto è rimasto lo stesso (anche se entrambi superano in modo significativo i livelli precedenti al 2008).

Nel corso delle proteste giovanili del 2006, il tasso di disoccupazione giovanile francese al 22% appariva sfavorevole se paragonato ai tassi del 11%, 12% e 13% rispettivamente della Gran Bretagna, Stati Uniti e Germania. Ma il Financial Times ha dimostrato che soltanto il 7.8% dei Francesi al di sotto dei 25 anni erano disoccupati – circa lo stesso rapporto degli altri tre paesi. La Francia aveva semplicemente una percentuale più alta di giovani studenti a tempo pieno.

La mancata contabilizzazione di tre milioni di giovani impegnati con l’università o in programmi di addestramento professionale compromette la credibilità del tasso di disoccupazione. E, seppure alcuni giovani usano l’istruzione superiore per sfuggire ad un mercato del lavoro arroccato, la loro scelta di costruirsi nuove competenze non dovrebbe avere un impatto negativo sulla percezione del benessere economico del loro paese.

I politici, ovviamente hanno bisogno di affrontare il problema della disoccupazione giovanile, ma devono anche riconoscere che il problema non è così grave quanto indicano i titoli dei giornali. Sfortunatamente, questi risultati distorti sono diventati senso comune –anche tra economisti autorevoli come il Premio Nobel Paul Krugman, che di recente ha citato il dato scorretto di una “disoccupazione giovanile del 50%”.

Così, quattro anni dopo lo scoppio della crisi, le metodologie per la misurazione e la valutazione del benessere economico restano inadeguate in modo allarmante. Come tutti i piloti sanno, è probabile che se si vola senza radar o senza accurate previsioni del tempo si finisce con un incidente.

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  1. CommentedGianpiero de Pascalis

    Original point of view but far distant from reality. Very shortly:
    1. perhaps we should add to the numerator all those thousands of young individuals there were obliged to leave their country because of the lack of work opportunity at home. Such a major issue with great social cost which is overlooked by the ratio.

    2. what about underemployment? I mean those who hold a degree or even a phD in law, finance, politic science that are forced to work in call centers or even as pizza boy? That happens so often and is again overlooked by the ratio.

    3. including students in the denominator is very misleading too. Are they considered as if they were employed? Perhaps once they finished their studies their chances to get a job is better measured by what is here defined as the FLAWED ratio.

    4. even those who are employed are often relying on family support to live off their life. Low salary, overtime working, precarious conditions in general must be addressed by a set of active policies. We already lost state’ support, are we also losing the economist’s one?

    This is a dramatic period for the so called NO FUTURE generation I would suggest to use less statistic and to get down in the streets, talk with people and understand what the REAL problems we are facing are.

  2. CommentedHerm E

    Agreed that the youth unemployment number can be misleading, but it seems your example exaggerates how misleading. First, your example assumes (perhaps only to make the point more clear) no reduction in the number of youth unemployed once others cease looking for work, but as a practical matter I suspect that would be untrue and thus the difference between the rate and ratio should be less extreme in practice. Also, while you acknowledge the point, your analysis strikes me as too dimissive of the how job market prospects truly affect the number of young people seeking to "build new skills". As college and post-graduate admissions numbers reflect, lack of jobs is a huge driver of college admissions, which is to say that a lot of these people would prefer not to go to school, which explains increased frustration and anger despite a ratio that is unmoved since 2009.

    When you consider the issues concerning debt now associated with higher education, this isn't exactly a trivial aspect of the youth issue.

  3. CommentedTom Walker

    Although I would agree that the raw unemployment rate gives a misleading impression, Mr. Hill's solution is also unsatisfactory because it ignores the effect of exit from the labor force of youth because of dim job prospects. Ultimately any "measurement" of unemployment is going to be misleading because the nature of unemployment changes from period to period. This is especially true when government policy targets headline statistics and "solves" problems by fiddling with the dials. Let's face it, the entire conceptual apparatus in which GDP growth and unemployment rates predominate is broken beyond repair. Rearranging the statistical deck chairs won't keep the sinking ship afloat.

  4. CommentedZsolt Hermann

    As one of the comments suggest, statistics and numbers are open for interpretation and politicians, decision makers, people influencing public opinion can use and twist them any way they like.
    Even more confusing is that we still examine everything in isolation, talking about Greek or Spanish problems, soft landing or hard landing in China, American elections and real estate bubble, but we still do not want to put a comprehensive picture together to see if the vector of our global development is going in the right direction or not.
    All our individual, local problems originate from two sources.
    1. Although we talk about a global world, global economy incessantly, in our planning, attitude and action we still behave as we existed isolated without direct connections to each other.
    Despite the totally interdependent nature of today's human network we still only make calculations on self interest without any consideration for the well being of the whole.
    2. In terms of the economy, more and more experts from all fields conclude that it is impossible to maintain the constant quantitative growth model as it has exhausted all of its principle foundations from markets to labor, from financial support to social tolerance, not to mention natural resources.
    If we truly want to solve the crisis and build a sustainable future we have to start looking at and understanding the whole picture instead of picking the individual details that suit our own argument.

  5. CommentedThomas Haynie

    Problems are rarely as significant as headlines make them out to be. If the same metric is used universally then is it really an issue? You understand that it’s a little high but what we are usually concerned wit his the relative comparisons and the rates of change anyway. Assuming the country’s economic structure will set some natural rate of unemployment then fixating on the exact number isn’t so productive from a policy stand point is it? The important questions become more about are adding jobs or losing jobs? How does it compare to our peers. Then again a little more accuracy is usually a good thing in any endeavor.

  6. CommentedFrank O'Callaghan

    An eye opener of an article. Without a clear picture there are inevitable mistakes to be made. Does this explain why Europe has not exploded in flames?

    The situation is further calmed by the social provision in Europe's model. We should hear more from Steven Hill.

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