Thursday, October 23, 2014
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Il grande miraggio americano

NEW HAVEN – Nel settembre del 1998, nel pieno della crisi finanziaria asiatica, Alan Greenspan, allora presidente della Federal Reserve, lanciò un messaggio chiaro e semplice affermando che gli Stati Uniti non erano un oasi di prosperità in un mondo altrimenti in difficoltà. Il pensiero di Greenspan è molto più vero oggi di quanto non lo fosse allora.

E’ vero che la traiettoria dell’economia statunitense negli ultimi tre anni è stata caratterizzata da una ripresa debole, ma si tratta pur sempre di una ripresa, a quanto sostengono in molti, e quindi di una fonte di capacità di recupero in un mondo sviluppato che si trova, in caso contrario, in seria difficoltà. Al contrario della Grande Recessione del 2008-2009, oggi si spera di gran lunga che l’America abbia la capacità di mantenere la rotta e di sostenere il resto del mondo nel bel mezzo della crisi dell’euro.

Pensateci bene. A partire dal primo trimestre del 2009 quando l’economia statunitense stava toccando il fondo dopo la sua peggiore recessione sin dal dopoguerra, le esportazioni hanno contribuito per il 41% al successivo effetto rebound. Proprio così: con il blocco del consumo negli Stati Uniti nella fase successiva al più grande periodo di consumo della storia, l’economia statunitense ha preso il suo sostentamento dai mercati esteri in modo sproporzionato. Dato che quegli stessi mercati si trovano ora in difficoltà, gli Stati Uniti potrebbero rapidamente fare la stessa fine.

Lo slancio della crescita americana degli ultimi tre anni legato alle esportazioni è dipeso per l’83% da tre regioni: Asia, America latina ed Europa. (Dato che le statistiche regionali e commerciali raccolte dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti non sono cifre corrette a seconda dei cambiamenti stagionali, tutti i confronti a seguire sono presentati sulla base di un confronto paragonabile stagionale dal primo trimestre del 2009 al primo trimestre del 2012).

Prevedibilmente, l’Asia si è trovata al primo posto con il 33% dell’ondata complessiva di esportazioni statunitensi degli ultimi tre anni. La parte più consistente di quest’aumento è derivata dal contributo di 15 punti percentuali della “Grande Cina” (la Repubblica Popolare, Taiwan e Hong Kong). Non c’è bisogno di dire che il rallentamento della Cina, anche in uno scenario di crescita rallentata che a mio avviso è il più credibile, sta danneggiando la fonte più consistente del ripristino delle esportazioni americane. La percentuale rimanente dello slancio delle esportazioni statunitensi verso l’Asia è sparpagliata in ordine di importanza tra la Corea del Sud, il Giappone e Taiwan, tutte economie guidate dalle esportazioni e fortemente dipendenti da una Cina in rallentamento.

L’America latina è la seconda regione ad aver contribuito in modo consistente all’impeto di esportazioni americane con il 28% dei profitti complessivi delle vendite estere statunitensi degli ultimi tre anni. Il Brasile ed il Messico hanno rappresentato collettivamente 19 punti percentuali di quest’aumento. Ma la crescita di entrambe le economie sta ora rallentando in modo significativo, in particolar modo in Brasile, e visti gli stretti legami tra la produzione messicana ed il consumo statunitense (tra alti e bassi), qualsiasi tipo di ripresa dell’economia messicana potrebbe avere vita breve.

Infine, c’è il triste caso dell’Europa che ha contribuito per il 21% della crescita cumulativa delle esportazioni USA negli ultimi tre anni. In questo caso, il Dipartimento per il Commercio degli Stati Uniti non aiuta a stabilire la fonte dello slancio in quanto l’elenco pubblicato è solo parziale. Ciò che sappiamo è che il Regno Unito, la Germania e la Francia, le cosiddette economie principali, hanno contribuito collettivamente per il 3,5% della crescita totale delle esportazioni statunitensi dall’inizio del 2009. Il Regno Unito ha finito per contribuire a gran parte di quell’aumento, il che suggerisce che gran parte dei profitti americani derivati dalle esportazioni in Europa si è concentrata nella regione delle economie periferiche. E ciò rappresenta, evidentemente, un serio problema.

Le previsioni sono sempre rischiose, ma alcuni scenari ipotetici chiariscono le implicazioni per la principale economia mondiale. A partire dal secondo trimestre del 2009, la crescita reale del PIL su base annuale è risultata pari ad una media del 2,4%. Se si considera che circa il 40% di tale aumento si può attribuire alle esportazioni, ciò significa che il resto dell’economia è cresciuta ad una percentuale debole pari all’1,4%. 

In uno scenario di esportazioni piatte, senza alcuna crescita delle esportazioni statunitensi, e condizioni invariate nel resto del mondo (un’ipotesi alquanto eroica), il PIL reale complessivo convergerebbe al temuto 1,4%. Si tratta di una traiettoria di crescita debole rispetto a qualsiasi standard che risulterebbe quasi sicuramente in un aumento della disoccupazione ed un deterioramento ulteriore della fiducia dei consumatori.

In alternativa, in uno scenario di riduzione moderata delle esportazioni pari a circa il 5% in quattro trimestri, la crescita reale del PIL potrebbe scendere al di sotto del livello minimo dell’1%, rendendo l’economia statunitense vulnerabile rispetto ad una ricaduta in recessione. L’ipotesi di una riduzione delle esportazioni del 5% diventa, ad esempio, irrisoria di fronte al rapido calo del 13,6% delle esportazioni reali verificatosi nel 2008-2009. In questo caso, l’ipotesi risulta essere una valutazione cautamente ottimistica dei rischi derivanti da una domanda esterna debole. 

Tutto ciò evidenzia una delle implicazioni più ovvie, e tuttavia trascurate, di un mondo sempre più interdipendente: ci siamo tutti dentro. La crisi dell’euro è un grave shock che sta creando una serie di ripercussioni in tutto il mondo. L’Europa è la più importante fonte di domanda esterna per la Cina; e se la Cina si trova in difficoltà lo sarà anche il resto dell’Asia che ruota attorno Cina e da lì le ripercussioni arriveranno poi all’economia statunitense sempre più dipendente dalle esportazioni. In realtà sembra che stia già succedendo, come suggerisce il recente indebolimento dell’occupazione e delle vendite al dettaglio.

L’ammonimento di Greenspan nel 1998 giungeva in un momento in cui le esportazioni rappresentavano solo circa il 10,5% del PIL: Oggi, questa percentuale è arrivata al livello record del 14% con la decisione dell’America, a seguito della crisi, di scommettere su una ripresa basata sulle esportazioni. L’attuale rallentamento globale non è paragonabile a ciò che si è verificato alla fine degli anni ’90 o agli shock acuti di 3-4 anni fa, almeno non ancora. Ma la flessione globale di oggi non può non essere considerata importante per gli Stati Uniti o qualsiasi altro paese.

In un’era di globalizzazione non ci sono spettatori innocenti. E non ci sono di certo oasi di prosperità di fronte all’ennesimo grande shock dell’economia globale. Il miraggio della crescita americana ne è un esempio tipico.

Traduzione di Marzia Pecorari

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  1. Commentedsrinivasan gopalan

    If internalization of production and services of skilled people helped and are still helping fire America's export Juggernaut, the reasons for its internal restiveness about the problems plaguing the American economy could not be answered with any justification. The free trade bastion which has been the major prop for the erstwhile GATT and its next avatar the WTO at least in its first decade since its advent in 1995 is now a reluctant supporter of the WTO. This is borne out in not sealing a deal to the long-delayed Doha Round of trade talks set off in November 2011As long as this is not recognized and remedied before long, the problems plaguing the developed countries would only persist and worsen further. The global community in general and the United States in particular can no longer afford to keep themselves off from the virtues and the attendant gains of multilateral cooperation in their own enlightened self-interest. It is the lack of perspicacious vision to evolve a collective solution to the global common problems that has been the sole factor in the current shambles in which many advanced countries find themselves with the emerging economies in tow! It is time international cooperation is made feasible in an inter-connected universe where globalization and liberalization had gone too far to effect any unilateral remedy by any one country, however puissant it may be! G.Srinivasan. New Delhi

  2. CommentedProcyon Mukherjee

    I cannot quite agree that exports alone hold the key to the future as we need to look at the quality of this export, how intensive it is in the labor component is also equally important. What we see today is an export of capital, which is fueled by an enormous amount of liquidity in the system.

    The soaring bond prices and near zero yields is as much a reflection of liquidity preference as lack of credible investment option that has a clear future; the range of uncertainty is no way diminished by the flow of money, in fact it is adding to it. But treasury bonds are a different story. Even if I assume that a bulk of the preference for treasury bonds stems from those who want to create insurance for its currency, we have seen actually that these currencies have been depreciating, like the Yuan or the Rupee. This leads one to the stunning inference that America has become the chief exporter of capital to the external world for buying labor (both skilled and unskilled) at the cheapest possible cost. The acceleration of this activity (export of capital and import of labor) effectively boils down to heightened unemployment within the national territory and a downward wage spiral, which is also the very reason why inflation is tamed at its best.

    By higher capital export that is used in cheaper labor imports, we do not see how America will progress. We are adding to labor surplus.

    Procyon Mukherjee

      CommentedJim Nail

      Completely agree, Procyon. Export composition is key. I still maintain that we should focus on net exports rather than on exports per se, anyway. There must be a middle ground that allows global companies to seek low costs, while still allowing broad-based US manufacturing to exist.

      CommentedWilliam Hampton

      I agree. You hit the nail on the head. I would hope that it back fires and these cheap labor sources start becoming serious competitors to our corporations. At least maybe this could cause the reduction of soaring prices. I that unlike labor, big money seems to be unionized, I doubt this will happen.

  3. CommentedWilliam Hampton

    I have a question. If an American company manufacturing from China sells their products to Germany are those products considered exports of American products or Chinese products? How do these products made in China by American companies help the American economy as much as products made in the USA? Where are the materials from and produced that are used to make products made in China by American companies? etc, etc, etc. I do not see any economists talking about this, and how it is affecting this country. It seems to me there should be a distinction between those products made in China and ones actual made in America. Maybe it is not important or I am not reading enough.

      Commentedpeter fairley

      reply to Will Hampton. quote: "the monthly figures for the trade deficit are significantly overstated, says a Federal Reserve Bank economist(1999).

      The U.S. Census Bureau, which is responsible for trade data, says that a major component of the trade deficit called the merchandise trade deficit overstates the gap between imports and exports of goods.

      The Census believes that merchandise exports are probably understated by 3 percent to 7 percent, but possibly as much as 10 percent.
      Since there is no evidence of similar errors in import data, Census estimates the merchandise trade deficit was overstated by as much as 34 percent in 1997.
      Until the Census began basing figures on exports to Canada on that country's import data, in 1990, it was estimated that exports to Canada were understated by as much as 20 percent.

      A major reason the data are flawed is because Census bases merchandise trade figures on the paperwork importers and exporters file with the U.S. Customs Service -- but exporters are not required to file paperwork for shipments valued at less than $2,500. Instead, Census relies on a survey to estimate the fraction of total trade in these small shipments; but the most recent survey was conducted almost 10 years ago.

      Since then, the market share of small shipments has changed relative to large ones, due to such things as the boom in inexpensive air cargo services; but the magnitude of the shift is unknown.

      Source: Joseph A. Ritter, "An Overstated Headline," National Economic Trends, July 199, Federal Reserve Bank of St. Louis
      http://www.ncpa.org/sub/dpd/index.php?Article_ID=11444

      CommentedKevin Lim

      No simple answer. Here is a primer

      http://en.wikipedia.org/wiki/Rules_of_origin

      A simple example. If I imported unpainted toy trains into USA from China, and painted/packaged them in USA, its unlikely any body would be willing to certify them made in the USA. Where it gets tricky is where the components are split up and from all over. Say I get thet train wheels from a supplier in Brazil, the chasis from China, and the electronics from Germany, and I assemble them altogether in a plant here in USA. Whether I can label it made in the USA (or China, Germany, Brazil) depends on what are the tariff classifications of the components and the finished product under the Harmonised System.

      It can get pretty complex and its a fertile ground for litigation as manufacturers try to squeeze into a domestic origin for tariff purposes.

      Sounds confusing? It is.

  4. CommentedManmohan Manu

    Good article . I work for McGladrey and there's a guide on exporting on the website ( http://bit.ly/HdWo1R ) with insights from surveys and industry experts .

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