Tuesday, July 29, 2014
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Il futuro della crescita economica

CAMBRIDGE – Forse per la prima volta nella storia moderna, il futuro dell’economia globale si trova nelle mani dei paesi poveri. Gli Stati Uniti e l’Europa si muovono a fatica come giganti feriti, vittime degli eccessi finanziari e della paralisi economica. A causa dei pesanti debiti sembrano condannati ad anni di stagnazione o lenta crescita, a una maggiore disuguaglianza e a possibili tensioni sociali.

Nel frattempo, gran parte del resto del mondo si riempie di speranza ed energia. In Cina, Brasile, India e Turchia i policy maker si preoccupano dell’eccessiva crescita. Per certi versi la Cina è già la più grande economia del mondo, e i paesi emergenti e quelli in via di sviluppo rappresentano oltre la metà della produzione mondiale. La società di consulenza McKinsey ha battezzato l’Africa, a lungo sinonimo di insuccesso economico, il paese dei “leoni in movimento”.

Come spesso accade, i romanzi riflettono al meglio il nuovo mood. Il romanzo comico dello scrittore russo emigrato Gary Shteyngart, Storia d’amore vera e supertriste, illustra bene ciò che potrebbe attenderci. Ambientata nel futuro prossimo, la storia si svolge in uno scenario apocalittico che vede gli Stati Uniti sull’orlo della rovina finanziaria e della dittatura monopartitica, coinvolti nell’ennesima ed inutile avventura militare all’estero – questa volta in Venezuela. I lavori all’interno delle società vengono svolti da immigrati specializzati, le università della Ivy League adottano i nomi delle controparti asiatiche per sopravvivere, l’economia dipende direttamente dalla banca centrale cinese, e i “dollari americani ancorati allo yuan” sostituiscono la comune valuta in quanto asset sicuro.

Ma i paesi in via di sviluppo possono davvero trainare l’economia mondiale? Parte dell’ottimismo sulle loro prospettive economiche è dettato da un procedimento di estrapolazione. La decade precedente la crisi finanziaria globale è stata per molti versi la migliore mai vissuta dal mondo in via di sviluppo. La crescita si espandeva ben oltre i confini di alcuni paesi asiatici, e per la prima volta dagli anni 50 la grande maggioranza dei paesi poveri viveva ciò che gli economisti chiamano convergenza, ossia un restringimento della forbice di reddito con i paesi ricchi.

Si è trattato, però, di un periodo eccezionale, caratterizzato da un vento economico favorevole. I prezzi delle materie prime erano alti, e questo recava particolare giovamento ai paesi africani e sudamericani, mentre i finanziamenti esterni erano abbondanti e vantaggiosi. Inoltre, numerosi paesi africani avevano toccato il fondo ed erano ripartiti dopo lunghi periodi di guerra civile e declino economico. Ovviamente, la rapida crescita nei paesi avanzati spingeva i volumi commerciali mondiali a livelli record.

In linea di principio, la bassa crescita post-crisi dei paesi avanzati non ostacola la performance economica dei paesi poveri. La crescita dipende alla fine da fattori legati all’offerta (investimenti e acquisizione di nuove tecnologie), e lo stock di tecnologie che possono essere adottate dai paesi poveri non svanisce a fronte di una debole crescita dei paesi avanzati. Il potenziale di crescita dei paesi lenti dipende quindi dalla loro abilità di colmare il gap con la frontiera tecnologica – non dalla rapidità con cui avanza la frontiera stessa.

La cattiva notizia è che non abbiamo ancora ben compreso quando prenderà forma questo potenziale di convergenza, o quali siano le politiche adatte a generare una crescita autonoma. Anche i casi di indubbio successo sono stati oggetto di interpretazioni contrastanti. Alcuni attribuiscono il miracolo economico asiatico alla maggiore libertà dei mercati, altri credono sia merito degli interventi da parte dello stato. Troppe accelerazioni a livello di crescita si sono alla fine concluse con un nulla di fatto.

Gli ottimisti sono convinti che questa volta sia diverso. Credono che le riforme degli anni 90 – migliore politica macroeconomica, maggiore apertura e democrazia – abbiano messo il mondo in via di sviluppo sulla via della crescita sostenuta. Un recente report rilasciato da Citigroup prevede, ad esempio, una rapida crescita nei paesi poveri con una popolazione giovane.

Io preferisco essere cauto nel leggere i segnali. Meritano sicuramente un plauso il divieto di attuare politiche inflazionistiche e il miglioramento della governance in numerosi paesi in via di sviluppo. In generale, tali progressi facilitano la resistenza dell’economia agli shock e prevengono il collasso economico.

Ma per rilanciare e sostenere una rapida crescita occorre qualcosa in più: servono politiche orientate alla produzione che stimolino il cambiamento strutturale in atto e incentivino l’occupazione nelle nuove attività economiche. Una crescita che fa leva sugli afflussi di capitale o sui boom delle materie prime avrà vita breve. Una crescita sostenuta necessita, infatti, di una serie di incentivi tesi a incoraggiare gli investimenti privati nei nuovi settori – con un grado di corruzione minimo e con un’adeguata competenza.

Come dimostra la storia, il gruppo di paesi in grado di realizzare tutto questo resterà esiguo. Se da un lato potrebbero aver luogo minori collassi economici grazie alla migliore gestione macroeconomica, una crescita elevata resterà con buona probabilità episodica ed eccezionale. In media, le performance potrebbero essere in qualche modo migliori che in passato, senza però raggiungere i livelli straordinari tanto attesi dagli ottimisti.

Il grande dilemma dell’economia mondiale è capire se i paesi avanzati in difficoltà economica saranno in grado di fare spazio ai paesi in via di sviluppo che evidenziano una rapida crescita, le cui performance dipenderanno soprattutto dalle ingerenze nel manifatturiero e nei servizi, di tradizionale dominio dei paesi ricchi. Le conseguenze sull’occupazione nei paesi avanzati potrebbero essere problematiche, soprattutto se si considera l’esistente carenza di lavori ben pagati. I conflitti sociali potrebbero divenire inevitabili, mettendo a rischio la spinta politica verso un’economia aperta.

La maggiore convergenza nell’economia globale post-crisi appare inevitabile. Ma un ampio rovesciamento delle fortune dei paesi ricchi e poveri non sembra né probabile a livello economico, né fattibile a livello politico.

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