Friday, November 28, 2014
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Il crogiolo egiziano

MADRID – Durante l’attesa densa di tensione da parte degli egiziani per i risultati delle elezioni presidenziali, un’ondata di pessimismo si è abbattuta sui giovani e sui liberali laici fautori della deposizione di Hosni Mubarak nel gennaio del 2011. La sensazione del “tutto è possibile” derivata dalla ribellione di Piazza Tahrir si è affievolita, ed ora due candidati ai quali i dimostranti si sono opposti con forza, Mohamed Morsi e Ahmed Shafiq dei Fratelli Musulmani, i tuttofare del vecchio regime (e dell’attuale governo militare), si sono trovati al confronto nel secondo turno.

La triade delle forze fondamentali che stanno portando avanti l’Egitto dall’inizio della primavera araba (i militari, la moschea e la massa di Piazza Tahrir), ciascuna con una diversa tipologia di potere ed interessi, si è quindi spezzata. Coloro che hanno riempito Piazza Tahrir 16 mesi fa sono stati fatti tacere e l’atteso trasferimento del potere dai militari ad un governo civile e democratico è ora in dubbio.

Sin dall’assunzione del potere dopo la caduta di Mubarak, il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) guidato da Field Marshal Mohamed Hussein Tantawi, per vent’anni ministro della difesa sotto Mubarak, ha indebolito in modo persistente il lavoro delicato della

transizione democratica. La settimana prima delle elezioni presidenziali, lo SCAF, alleato con la Corte Costituzionale, ha dissolto il parlamento eletto recentemente dichiarando procedure di illegalità nella votazione. Inoltre, prevedendo la vittoria di Morsi, ha assunto tutti i poteri legislativi, ha ridotto in modo consistente i poteri del presidente, si è impossessato dell’autorità di nomina del comitato responsabile della bozza della nuova Costituzione, ha preso controllo del budget del paese ed ha rivendicato potere esclusivo sulla sicurezza interna ed esterna.

Il risultato è che la lotta al potere dell’Egitto continuerà, ma questa volta la giunta non dovrà più confrontarsi con Piazza Tahrir, bensì con l’Islam politico. Dopo decenni di esistenza clandestina (ma tollerata) all’interno della società egiziana, le forze islamiche sono riuscite a trarre vantaggio dalle proteste senza avere un ruolo integrale. La frammentazione politica delle forze liberali laiche e la mancanza di organizzazione è costata cara nelle elezioni parlamentari di sei mesi fa, tanto che nel secondo turno delle elezioni presidenziali, la maggioranza degli egiziani ha preferito Morsi al ripristino del vecchio regime.

Ma il basso margine di vittoria di Morsi (solo il 3,5%) rispetto a Shafiq, e la bassa percentuale di affluenza alle urne (46,4% nel primo turno e 51,8% nel secondo) riflettono una società esausta e polarizzata, priva di fiducia nel processo elettorale e nei candidati. Inoltre, il risultato non ha fatto altro che alimentare nuova incertezza sulla direzione dell’Egitto.

Con la vittoria di Morsi alcuni temono che i Fratelli Musulmani cercheranno di implementare politiche radicali mirate ad islamizzare un paese musulmano già conservativo, ma che ha avuto per decenni un governo laico. Altri non credono che si spingeranno a tanto, ma dubitano comunque che arriveranno a difendere un regime realmente democratico e laico nelle trattative in atto con lo SCAF sulla transizione verso un governo civile.

In entrambi gli scenari, Morsi ha poco spazio di manovra in un paese che, per il momento, si trova in un limbo politico senza una costituzione e neppure un parlamento, e il cui popolo vuole risultati tangibili in termini di buona governance, consolidamento istituzionale e miglioramenti ad un’economia vacillante.

Lo standard di vita è infatti estremamente sotto pressione sin dalla caduta di Mubarak. Solo nel 2011 i flussi in entrata di capitale netto si sono ridotti di circa il 90% su base annuale, il turismo ha subito una riduzione del 30%, il deficit commerciale ha raggiunto i 20 miliardi di dollari e la crescita del PIL è rallentata passando dal 3,8 all’1%. Il successo o il fallimento del governo Morsi dipenderà in gran parte dall’economia.

Per i Fratelli Musulmani questo scenario rappresenta una sfida importante che può essere superata solo riuscendo a trovare un equilibrio adeguato tra lo SCAF, con il suo potere smodato, e le forze politiche liberali egiziane, che hanno ottenuto 11 milioni di voti congiunti, ovvero 5 in più di Morsi, nel primo turno delle elezioni presidenziali. Solo in questo modo l’amministrazione Morsi avrà la legittimità necessaria e la capacità di attuare una transizione assieme all’esercito per un vero cambio di regime.

I liberali, da parte loro, non hanno sostenuto Morsi nel ballottaggio con Shafiq. Ma sono stati i loro sforzi a rendere possibili le elezioni presidenziali in primo luogo e molti credono ora che una stretta collaborazione con i Fratelli Musulmani sia l’unica opzione possibile in grado di ripristinare parte dello spirito di una rivoluzione a rischio e della quale sono stati protagonisti.

Ciò presuppone una riorganizzazione interna dei Fratelli Musulmani, la necessità di trovare un modo per distanziarsi dalle fazioni più radicali e la promozione di politiche inclusive verso i gruppi vulnerabili e le minoranze sociali. Per ora, i Fratelli Musulmani hanno annunciato che nomineranno un cristiano ed una donna come Vice-Presidenti, il che rappresenta un primo passo incoraggiante nel colmare le divisioni dell’Egitto. Ma, ovviamente, questo è solo un primo passo.

Traduzione di Marzia Pecorari

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