Sunday, November 23, 2014
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La Crisi dell’Immaginazione Fiscale

CAMBRIDGE – Banche avide, principi economici sbagliati, politici incompetenti: i colpevoli, della crisi economica in cui i paesi ricchi si ritrovano ingolfati non mancano. Ma c’è anche qualcosa di più profondo in gioco, una debolezza che va al di là dei singoli responsabili delle decisioni. Le democrazie sono notoriamente poco abili a produrre accordi che richiedono un impegno politico a medio termine. Sia negli Stati Uniti che in Europa, il costo di questo limite della libertà politica ha amplificato la crisi – e oscurato la via d’uscita.

Si considerino gli Stati Uniti, dove i politici stanno dibattendo su come prevenire una doppia recessione, riattivare l’economia, e ridurre il tasso di disoccupazione che sembra essersi bloccato a più di 9%. Tutti sono d’accordo sul fatto che il debito pubblico del paese è troppo alto e che, in una prospettiva di lungo termine, deve essere ridotto.

Mentre non c’è una soluzione veloce a questi problemi, l’imperativo che la politica fiscale deve seguire è chiaro. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un secondo stimolo fiscale che compensi la bassa domanda privata, insieme ad un programma di consolidamento del bilancio a lungo termine che sia credibile.

Per quanto questo programma “a due punte” – spendere ora, tagliare dopo - possa essere sensato, esso viene reso virtualmente impossibile dall’inesistenza di un qualsiasi meccanismo attraverso il quale il presidente Barack Obama possa impegnare credibilmente se stesso o una qualsiasi futura amministrazione a inasprire la politica fiscale. Così qualsiasi riferimento ad un nuovo pacchetto di incentivi diventa un invito aperto alla destra a saltare sull’amministrazione democratica a causa della sua apparente irresponsabilità fiscale. Il risultato è una politica fiscale che aggrava, invece di migliorare, il malessere dell’economia americana.

Il problema è persino più grave in Europa. In un futile tentativo di conquistarsi la fiducia dei mercati finanziari, paese dopo paese, quasi ogni stato è stato obbligato a mettere in atto delle politiche di austerità controproducenti per guadagnarsi il supporto del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea. Tuttavia pretendere profondi tagli alla spesa, privatizzazioni e altre riforme strutturali simili a quelle che la Grecia ha dovuto intraprendere rischia di creare un tasso di disoccupazione più elevato e una recessione più profonda. Una delle ragioni per le quali nei mercati finanziari i differenziali di tassi d’interesse rimangono così alti è che nell’Eurozona le prospettive di crescita dei paesi sotto stress sembrano molto deboli.

Anche qui non è difficile intravedere a grandi linee una soluzione. I paesi più forti devono far scendere i differenziali garantendo il nuovo debito emesso da paesi come la Grecia o l’Italia, attraverso, per esempio, l’emissione di Eurobonds. In cambio, i paesi fortemente indebitati devono impegnarsi a mettere in atto programmi pluriennali per ristrutturare le istituzioni fiscali e rafforzare la competitività – riforme che possono esser attuate e dare i loro frutti solo in una prospettiva di medio periodo.

Ma, ancora una volta, questo vuol dire impegnarsi credibilmente in uno scambio che vede una promessa di un’azione futura in cambio di qualcosa adesso. I politici tedeschi ed il loro elettorato possono essere giustificati quando mettono in dubbio che si possa contare sul fatto che i futuri governi di Grecia, Irlanda, Portogallo mettano in atto gli impegni presi dai governi attuali. Da qui l’impasse, con la zona euro che si trova impantanata in una spirale di debito eccessivo e di austerità economica.

Le democrazie spesso delegano alcuni poteri a delle istituzioni quasi-indipendenti, guidate da funzionari al di fuori della routine quotidiana della politica, in modo da risolvere il problema dell’attuazione di vecchi impegni da parte di futuri politici. Le Banche Centrali indipendenti ne sono il tipico esempio. Mettendo la politica monetaria nelle mani di banchieri centrali ai quali non si può dire cosa fare, i politici si legano realmente le mani (e come risultato hanno un’inflazione più bassa).

Sfortunatamente, i politici americani ed europei non sono riusciti a dare prova di una simile immaginazione quando si è trattato di politica fiscale. Se avessero messo in atto dei nuovi meccanismi che rendessero più prevedibile la traiettoria futura del bilancio statale e del debito pubblico, avrebbero potuto evitare il peggio della crisi.

Rispetto alla politica monetaria, la politica fiscale è infinitamente più complessa, poiché comporta molti più compromessi tra interessi in competizione. Pertanto un’autorità fiscale indipendente modellata sulle false righe di una banca centrale indipendente non è né realizzabile né auspicabile. Ma alcune decisioni fiscali, e, più importante, il livello del deficit fiscale possono essere delegati ad un’istituzione indipendente.

Questa istituzione fisserebbe la differenza massima tra spesa pubblica ed entrate alla luce della fase del ciclo economico e dei livelli di debito pubblico, mentre  la taglia totale del settore pubblico, la sua composizione e l’imposizione fiscale sarebbero decise attraverso una dialettica politica. Fondare una simile istituzione negli Stati Uniti aiuterebbe molto a ristabilire del buonsenso nel processo decisionale in materia fiscale del paese.

L’Europa, da parte sua, richiede un passo deciso in direzione dell’unificazione fiscale se l’eurozona vuole sopravvivere. La rimozione della possibilità dei governi nazionali di effettuare pesanti deficit e fare debiti a volontà costituisce oggi la contropartita necessaria per una garanzia comune dei debiti sovrani e per poter prendere a prestito facilmente.

E ancora, questo non significa che la politica fiscale, diciamo, della Grecia o dell’Italia, venga diretta da Berlino. Una politica fiscale comune implica che anche i leader eletti in Grecia ed in Italia abbiano qualcosa da dire nel merito delle politiche tedesche.  Sebbene si riconosca sempre di più la necessità di una unificazione fiscale, non è chiaro se i leader europei intendano confrontarsi direttamente riguardo alla propria fondamentale logica politica. Se i tedeschi non sono in grado di digerire l’idea di condividere una comunione politica con la Grecia, sarebbe il caso che allo stesso modo riconoscano che di fatto l’unione economica è morta.

Si dice che la Politica è l’arte del possibile. Ma le possibilità prendono forma dalle nostre decisioni tanto quanto dalle nostre opportunità. In base allo stato delle cose, quando le future generazioni guarderanno ai nostri leader in una prospettiva storica, molto probabilmente avranno da biasimarli soprattutto per la loro mancanza di immaginazione istituzionale.

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    1. Portrait of Michael Heller

      CommentedMichael Heller

      Dani, you say:

      “… certain fiscal decisions, and most critically the level of the fiscal deficit, can be delegated to an independent board. Such a board would fix the maximum difference between public spending and revenue in light of the economic cycle and debt levels, while leaving the overall size of the public sector, its composition, and tax rates to be resolved through political debate.”
       
      I agree this ‘board’ certainly would be an important institutional step forward. I’m less sanguine than you about the political debate that would follow. I believe it would be several degrees more intense than it is currently. But at least your proposal is far more realistic than waiting for Democrats and Republicans to agree on constitutional amendments of the kind that James Buchanan proposed (since the 1970s) to place a legal cap on budget/fiscal deficits.
       
      It would be advisable, however, to simultaneously hammer out a new institutional consensus that limits government discretion in, among other things, entitlements. Really radical redefinitions of the scope of government discretion would logically go in hand with establishing a board that fixes fiscal deficits in law (of the kind you suggest). Rules-based principles have much to offer in monetary and fiscal policy. But logically this also implies rules about the scope of government. (Industrial policy, for example!).
       
      I’m gradually coming to the view that the institutional root of the present crisis of capitalism, which perhaps distinguishes it from previous crises, is the extraordinary level of excess capacity in politics relative to available economic resources. One implication would be that it is a mistake to delay cutbacks in the belief that there can be a future balance point at which recovery will be orderly. The balance point for future growth may never arrive by this path, and the resulting problems would be greater. 

      I’d sum it up in this way -- In the extent to which government has taken upon itself the responsibility of providing so much of the protection against individual risk in society, politics has overloaded itself. Democracy is the best system, but it can have some unfortunate effects that need to be faced. One of them is to bring about political overload. It was a German sociologist who brilliantly discussed this effect with respect to the growth of the welfare state way back in the 1980s. If that problem of political excess capacity can be dealt with alongside the establishment of non-discretionary rules-based fiscal and monetary policy, hey presto, equilibrium is restored. Predictability would be enhanced. The markets would have a party. And growth would roar into gear. No?
       
      Michael G Heller
      Capitalism, Institutions, and Economic Development (Routledge)

      http://tandf.net/books/details/9780415694452/

    2. CommentedPaddy Patrick

      There are so many good ideas being put forth by many talented academics and economists which could help soothe the economic crises afflicting the world... but it becomes increasingly more frustrating by the day to see the lack of political will to implement any of them. The biggest challenge will be to undue the lack of trust and the skepticism which is deeply ingrained in the public, now.

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