Friday, April 25, 2014
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Dieci ragioni del perché la Cina è diversa

NEW HAVEN – Il gruppo dei perplessi nei confronti della Cina è di nuovo all’attacco. Sembra arrivare ad ondate ogni tot anni, ma finora, ad anni alterni, la Cina ha sempre resistito ai suoi oppositori ed ha proseguito il suo cammino realizzando uno degli sviluppi più incredibili dell’era moderna che sembra continuare ad andare avanti.

La delirante preoccupazione di oggi rispecchia una convergenza di ansie, in particolar modo nei confronti dell’inflazione, di investimenti eccessivi, stipendi scarsi e prestiti bancari incerti. Eminenti accademici hanno sottolineato la possibilità che la Cina possa diventare vittima della temuta “trappola dello stipendio medio” che ha creato, in passato, gravi difficoltà a diverse nazioni in via di sviluppo.

C’è un fondo di verità nelle preoccupazioni sopra descritte, in particolar modo in relazione alle attuali problematiche legate all’inflazione. Ma derivano per gran parte da generalizzazioni mal riposte. Ecco dieci ragioni per cui non serve trarre conclusioni sull’economia della Cina attingendo da esperienze vissute da altri paesi:

Strategia. Dal 1953 la Cina ha definito i suoi macro obiettivi nel contesto di piani quinquennali con target ben definiti ed iniziative politiche mirate a raggiungere i target prefissati. Il dodicesimo piano quinquennale, l’ultimo entrato in vigore, potrebbe rappresentare un punto di svolta strategico dando il via ad un passaggio dal modello produttivo di successo degli ultimi 30 anni ad una fiorente società di consumo.

Impegno. Segnata dalla memoria passata delle proteste e rinforzata dalla Rivoluzione Culturale degli anni ’70, la leadership della Cina ha individuato come priorità la stabilità. Grazie all’impegno nei confronti della stabilità, la Cina è infatti riuscita con successo ad evitare i danni collaterali derivati dalla crisi del 2008-2009, ed ha assunto un ruolo altrettanto importante nella lotta all’inflazione, alle bolle speculative dei beni e alla qualità degenerante dei prestiti.

Gli strumenti. L’impegno della Cina nei confronti della stabilità comporta un gran vantaggio. Più di 30 anni di riforma hanno sbloccato il suo dinamismo economico, le riforme implementate su imprese e mercati finanziari sono state fondamentali e l’inizio di una serie di nuove riforme imminenti. Inoltre, la Cina ha dimostrato di aver appreso le lezioni delle crisi passate e di essere stata in grado di cambiare direzione quando necessario.

Risparmio. Un tasso di risparmio interno in eccesso pari al 50% è stato decisamente utile alla Cina. Ha creato le basi degli obblighi di investimento per lo sviluppo economico incoraggiando l’accumulo di riserve di valuta straniera che hanno protetto la Cina dagli shock esterni. Il paese è ora pronto ad assorbire parte del surplus al fine di promuovere uno spostamento della domanda interna.

Migrazione rurale-urbana. Negli ultimi trent’anni la percentuale della popolazione cinese è cresciuta dal 20 al 46%. In base alle stime dell’OCSE, altre 316 milioni di persone dovrebbero spostarsi dalla campagna verso le città nei prossimi vent’anni. Una simile ondata di urbanizzazione senza precedenti avrà la funzione di incentivare gli investimenti infrastrutturali e le attività di costruzione residenziale e commerciale. La paura di investimenti eccessivi e di “città fantasma” è infatti concentrata solo sull’offerta e non dà invece sufficiente peso alla domanda crescente.

Opportunità – Consumo. Il consumo privato rappresenta solo il 37% del PIL cinese, la quota più bassa tra le principali economie. Focalizzandosi sulla creazione di posti di lavoro, l’aumento degli stipendi e la rete di sicurezza sociale, il dodicesimo piano quinquennale potrebbe instillare un aumento significativo del potere d’acquisto del consumatore discrezionale. Ciò potrebbe portare ad un aumento di circa il 5% nei consumi della Cina entro il 2015.

Opportunità – Servizi. I servizi rappresentano solo il 43% del PIL cinese, ben al di sotto della media globale. I servizi sono una parte importante della strategia pro-consumo portata avanti dalla Cina, in particolar modo nelle transazioni industriali su larga scala come la distribuzione (all’ingrosso e al dettaglio), il trasporto interno, la logistica della catena dell’offerta, l’ospitalità ed il tempo libero. Nei prossimi cinque anni la quota dei servizi del PIL cinese potrebbe addirittura superare l’aumento previsto del 4%. Si tratta di una ricetta di crescita ad alta intensità di lavoro, tramite un utilizzo efficiente delle risorse e nel rispetto dell’ambiente, proprio quello di cui ha bisogno la Cina nella prossima fase di sviluppo.

Investimenti stranieri diretti. La Cina moderna è da lungo tempo una calamita per le multinazionali che cercano efficienza ed un appoggio nel mercato più popolato del mondo. Questi investimenti forniscono alla Cina un accesso alle tecnologie moderne ed ai sistemi di gestione e rappresentano un catalizzatore per lo sviluppo economico. L’imminente processo di riequilibrio a favore del consumo implica uno spostamento importante degli investimenti stranieri diretti, ovvero dall’industria manifatturiera a quella dei servizi, che potrebbe incentivare ulteriormente la crescita.

Educazione. La Cina ha fatto enormi passi avanti nella formazione del capitale umano. Il tasso di alfabetizzazione degli adulti è quasi pari al 95%, mentre il tasso di iscrizione alle scuole secondarie è dell’80%. Gli studenti quindicenni di Shangai si sono classificati recentemente primi a livello globale in matematica e lettura secondo gli standard del sistema metrico PISA. Il numero di laureati in ingegneria e scienza presso le università cinesi è attualmente pari a più di 1,5 milioni su base annuale. Il paese è sulla strada giusta per diventare un’economia basata sulla conoscenza e l’informazione.

Innovazione. Nel 2009 sono state registrate 280.000 richieste di brevetti in Cina classificandola al terzo posto dopo Giappone e Stati Uniti. Al momento, il paese si trova al quarto posto e sta crescendo in questo settore a livello internazionale. Allo stesso tempo, la Cina sta mirando ad ottenere una quota pari al 2,2% sulla ricerca e lo sviluppo quale parte del suo PIL entro il 2015, il doppio del 2002. Quest’obiettivo rientra nel dodicesimo piano quinquennale che è focalizzato sulle “industrie strategiche emergenti” fondate sull’innovazione, tra cui la conservazione energetica, la nuova generazione dell’informatica, la biotecnologia, attrezzatture manifatturiere di alto livello, energia rinnovabile, materiali e combustibili alternativi. Al momento, queste sette industrie rappresentano il 3% del PIL cinese ed il governo sta ora puntando al 15% entro il 2020, un bel passo avanti nella catena dei valori.

Jonathan Spence, storico presso l’Università di Yale, ha da tempo messo in guardia rispetto alla tendenza dell’occidente di osservare la Cina con le stesse lenti con cui vede sé stessa. Il gruppo dei perplessi  ne è un esempio tipico, sebbene gli squilibri della Cina risultino effettivamente instabili ed insostenibili rispetto ai nostri standard, come ha sottolineato pubblicamente lo stesso Premier cinese Wen Jiabao.

Ma è proprio per questo che la Cina è così diversa e che prende molto sul serio tutte queste considerazioni. A differenza dell’occidente, dove il concetto stesso di strategia è diventato un ossimoro, la Cina ha adottato una struttura di transizione mirata a risolvere i suoi limiti di sostenibilità. Inoltre, a differenza dell’occidente impantanato in una situazione politica disfunzionale, ha l’impegno ed i mezzi per implementare la strategia pianificata. Non è quindi il momento di scommettere contro la Cina.

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