Friday, August 22, 2014
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Le Sciocchezze Insostenibili di Rio

NEW YORK –  Se oggi George Orwell fosse vivo sarebbe irritato, ed anche scioccato dal modo cinico in cui tutte le lobby, nel tentativo di tirare acqua al proprio mulino e avendo soldi da buttare, si sono agganciate alla seducente frase “sviluppo sostenibile”.  In realtà, la Conferenza delle Nazioni Unite di Rio+20 sullo Sviluppo Sostenibile affronta qualsiasi progetto stia a cuore a chicchessia –molti di loro solo tangenti ai grandi temi ambientali, come il cambiamento climatico, che erano la principale eredità dell’originale Summit della Terra di Rio.

Così, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e le lobby sindacali hanno fatto in modo di inserire  il “Lavoro Dignitoso” tra le sette aree prioritarie alla conferenza di Rio. Mi piacerebbe moltissimo che tutti, ovunque, avessero un lavoro dignitoso. Ma questo cosa ha a che fare sia con l’ambiente che con la sostenibilità?

Nessuno può pretendere che si possano magicamente offrire posti di lavoro dignitosi ad un numero enorme di persone impoverite ma che aspirano ad un lavoro nel settore informale. Un lavoro di questo tipo può essere creato soltanto mediante l’adozione di appropriate politiche economiche. Infatti, il compito veramente pressante che molte economie in via di sviluppo si trovano ad affrontare è il perseguimento di politiche che promuovano opportunità economiche accelerando la crescita.

Il carattere della settimana di Rio è rappresentato dall’ ”indicizzazione della sostenibilità” per le imprese, mediante il titolo di responsabilità sociale delle imprese (Corporate Social Responsability - CSR). Tale indicizzazione  viene paragonata ai principi contabili. Ma questi ultimi rappresentano un indice “tecnico” che ci guadagna con la standardizzazione, il primo invece no, e deve riflettere la varietà.

Si può, ovviamente, chiedere alle imprese di conformarsi ad una lista delle cose da “non fare”-non disperdere il mercurio nei fiumi, non impiegare i bambini in attività pericolose, ecc. Ma ciò che si pratica come “da fare” mediante la via dell’altruismo ha sicuramente a che vedere con ciò per cui si considera virtuoso spendere il proprio denaro.

L’idea che un sedicente gruppo di attivisti, in collaborazione con alcuni governi ed agenzie internazionali, possano determinare cosa dovrebbe fare un’impresa in base al CSR contraddice l’idea liberale che si dovrebbe richiedere il perseguimento della virtù, ma non di farlo in un modo particolare. Nel momento in cui il mondo sottolinea l’importanza della diversità e della tolleranza, è un’impudenza suggerire che le imprese dovrebbero standardizzare la loro idea di come promuovere il bene nel modo.

Anche quando il programma di Rio+20 prevede qualcosa di più propriamente “ambientale”-per esempio, la fornitura di acqua- prevalgono i luoghi comuni. Pertanto, la disponibilità di acqua potabile va ora consacrata come un “diritto”. Nella convenzione sui diritti umani, abbiamo tradizionalmente compiuto la distinzione tra diritti civili e politici (obbligatori), come il diritto ad habeas corpus,  e i diritti economici (a cui aspirare), in quanto questi ultimi hanno bisogno di risorse. Non è una soluzione offuscare la distinzione –ignorando così il problema della scarsità.

Dopotutto, la “disponibilità” può essere interpretata in base a molti criteri e quindi in una miriade di modi. Quanta acqua? A che distanza dalle diverse famiglie (o con la presenza di tubature in ogni casa)? A che costo? Queste decisioni hanno diverse conseguenze per la disponibilità di acqua, e sono per forza in competizione, in ogni caso, con altri “diritti” ed altri usi di risorse.

Alla fine, quindi, la disponibilità di acqua non può essere propriamente definita un “diritto”. Piuttosto, è una “priorità”, ed i paesi inevitabilmente si differenzieranno gli uni rispetto agli altri per le diverse fasi con cui perseguirla.

Mentre questi sono “peccati di assunzione”, i “peccati di omissione” di Rio+20 sono anche più evidenti. Per una conferenza che si suppone mirata alla “sostenibilità”, è giusto lamentare l’assenza di uno sforzo imponente per la sottoscrizione concorde di un trattato successore al Protocollo di Tokyo. Se sono validi gli scenari catastrofici impliciti nella negligenza dei cambiamenti climatici –e, va detto, le stime estremistiche potrebbero ritorcersi contro politicamente, risultando non plausibili o, peggio, producendo un “Effetto Nero” (se Roma brucia, facciamo festa) –  la mancanza di azione di Rio+20 dovrebbe essere considerata come un fallimento storico.

Ma una corrispondente omissione è quella provocata dalla crescente insostenibilità politica delle nostre società, non a causa degli odierni problemi finanziari che affliggono l’Europa e minacciano il mondo, ma perché i media hanno reso visibile a tutti le disparità tra ricchi e poveri. Si dovrebbe sollecitare i ricchi a non ostentare la loro ricchezza: gli eccessi, tra tanta povertà, suscitano ira.

I poveri, d’altra parte, hanno bisogno della giusta spinta ad aumentare i loro redditi. Che può venire solo attraverso l’ accesso all’istruzione e alle opportunità economiche, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri.

“Meno eccesso e più accesso”: solo un mix politico basato su questo slogan credo garantirà che le nostre società rimangano vitali e realizzino una reale “sostenibilità”.

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  1. CommentedAdrian Sym

    the author should have looked at the corporate Sustainability Forum, organized by the UN Global Compact, as a barometer for corporate action on sustainable development. In short, amongst many "leading" corporates CSR has long since evolved into the notion of "corporate sustainability", i.e. recognizing that the viability of the business depends on the viability of the external environment (people and nature). this also highlights the value of including "decent jobs" in a holistic approach to sustainable development, rather than the "all about the environment" approach that used to be prevalent.
    In a very challenging political environment I was more encouraged by the leadership shown at the Corporate Sustainability Forum than anything I witnessed at the intergovernmental summit. Overall, Rio (and the G20 just before) emphasized the accelerating and parallel shifts from US/Europe to BRICS and from governments to private sectors as we look for long term and, yes, sustainable solutions.

  2. CommentedTenzin Namdhak

    Sustainable development is the way forward for all the countries irrespective of its GDP percentage. How we come to the conclusion where all the nations abide by the law of clean environment is the question of when? sooner or later it has to come because we have already paid heavy price for the pollution caused by the industrial development. The next question is whether economist can come with the idea of growth as well as clean environment model for the nation in future. We have huge moral incentive to work for clean environment for future generation and i dont think the idea of trade off can't be applied here bewteen clean environment and growth.

  3. CommentedMatthew Guenther

    Interesting commentary on the Rio+20 Summit. His argument that corporates should follow only a virtuous path of their choice is ideal, but by aligning a company's CSR agenda with sustainable development goals (i.e. MDG) and its corporate strategy adds credence to their endeavours. Company's that do not see a link to their corporate strategy and the sustainable development agenda are probably not looking hard enough.

  4. CommentedJoão Tiago Barriga Negra Ascensão

    As I see it, sustainable practices, along with other forms of social responsability, are an obligation instead of some kind of favor or virtue or whatever you may call it. Don't agree at all with Professor Bhagwati because such arguments are totally deprived of any notion of moral commitment, equity or social good.

    In a sense, environmental standards are no different from accounting standards: a set of requirements conductive to the implementation of sustainable business practices, favoring the construction of more resilient economic systems.

    I do believe auto-regulation may be the way to go but some kind of indexing is desirable, in my opinion. Sooner or later, companies will have to include sustainability in their governance structures.

    JTA

  5. CommentedMoctar Aboubacar

    The problem is that corporation doing CSR experience all the problems of a for-profit enterprise trying to be less so, and only for a specific project. Leaving aside the issue of corporations' intent, there are many cases where CSR enterprises fail for lack of proper development know-how. So while I don't know about Rio's specific agenda with regards to this, to argue under the banner of tolerance that corporations should engage in development work/self promotion in whichever way they see fit seems irresponsible.

  6. CommentedKeshav Prasad Bhattarai

    I really agree with many issues raised by the author. Undoubtedly the world has made some progress since 1992 Rio Summit. Individually many countries have made some progress especially in research and development in sustainable energy use, reducing CO2 emissions and combating climate change. Lots of researches have been made in Europe and America. World bodies like United Nations and World Bank have done tremendous work and research on environmental problems and solutions on it. Enriched reserves of knowledge on environment have been made available for people around the world and greater consciousnesses among them have pushed their governments follow effective environmental protection measures.
    But on the part of political leaders less has been achieved. For example U.S. President, German Chancellor and British Prime Minister could not find their way to Rio and address worldwide concerns of billions of people on their environment and their future. Chinese and Indian Prime Ministers visited there but they have already mentioned that they are not prepared to sacrifice their developmental needs for environment.
    Expectations and plights of billions of people were again betrayed in Rio. The world leaders disappointingly repeated their failures to produce a negotiated action programs for sustainable development as in the Climate Change Conference in Copenhagen in 2009.
    But In a leader less world, politicians as well as those 50 thousands activists assembled in Rio as mentioned by the author succeeded in burning millions of dollar in the name of sustainability in a quite unsustainable way - leaving a question unanswered – was the huge crowd really needed and honest to their purpose? And does such crowd can produce any good framework for sustainable development? Have they gone there to as a tourist or as persons committed to the sustainability of development? They should come with answer to these questions.

  7. CommentedHamish Harding

    If our "leaders" can't lead us them I fail to see the point of this exercise. If we're now in a situation where our political elite can't tackle serious threats, then the future looks grim indeed.

    Hamish Harding

  8. CommentedFrank O'Callaghan

    Ignoring the problem of distribution or "thereby disregarding the problem of scarcity" is certainly no solution. The monetization of natural resources formerly held in common is happening quickly across the world.

    If a resource is truly scarce there is a simple choice: pricing or rationing. The rich generally favour the former and the poor the latter.

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