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Le Sciocchezze Insostenibili di Rio

NEW YORK –  Se oggi George Orwell fosse vivo sarebbe irritato, ed anche scioccato dal modo cinico in cui tutte le lobby, nel tentativo di tirare acqua al proprio mulino e avendo soldi da buttare, si sono agganciate alla seducente frase “sviluppo sostenibile”.  In realtà, la Conferenza delle Nazioni Unite di Rio+20 sullo Sviluppo Sostenibile affronta qualsiasi progetto stia a cuore a chicchessia –molti di loro solo tangenti ai grandi temi ambientali, come il cambiamento climatico, che erano la principale eredità dell’originale Summit della Terra di Rio.

Così, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e le lobby sindacali hanno fatto in modo di inserire  il “Lavoro Dignitoso” tra le sette aree prioritarie alla conferenza di Rio. Mi piacerebbe moltissimo che tutti, ovunque, avessero un lavoro dignitoso. Ma questo cosa ha a che fare sia con l’ambiente che con la sostenibilità?

Nessuno può pretendere che si possano magicamente offrire posti di lavoro dignitosi ad un numero enorme di persone impoverite ma che aspirano ad un lavoro nel settore informale. Un lavoro di questo tipo può essere creato soltanto mediante l’adozione di appropriate politiche economiche. Infatti, il compito veramente pressante che molte economie in via di sviluppo si trovano ad affrontare è il perseguimento di politiche che promuovano opportunità economiche accelerando la crescita.

Il carattere della settimana di Rio è rappresentato dall’ ”indicizzazione della sostenibilità” per le imprese, mediante il titolo di responsabilità sociale delle imprese (Corporate Social Responsability - CSR). Tale indicizzazione  viene paragonata ai principi contabili. Ma questi ultimi rappresentano un indice “tecnico” che ci guadagna con la standardizzazione, il primo invece no, e deve riflettere la varietà.

Si può, ovviamente, chiedere alle imprese di conformarsi ad una lista delle cose da “non fare”-non disperdere il mercurio nei fiumi, non impiegare i bambini in attività pericolose, ecc. Ma ciò che si pratica come “da fare” mediante la via dell’altruismo ha sicuramente a che vedere con ciò per cui si considera virtuoso spendere il proprio denaro.

L’idea che un sedicente gruppo di attivisti, in collaborazione con alcuni governi ed agenzie internazionali, possano determinare cosa dovrebbe fare un’impresa in base al CSR contraddice l’idea liberale che si dovrebbe richiedere il perseguimento della virtù, ma non di farlo in un modo particolare. Nel momento in cui il mondo sottolinea l’importanza della diversità e della tolleranza, è un’impudenza suggerire che le imprese dovrebbero standardizzare la loro idea di come promuovere il bene nel modo.

Anche quando il programma di Rio+20 prevede qualcosa di più propriamente “ambientale”-per esempio, la fornitura di acqua- prevalgono i luoghi comuni. Pertanto, la disponibilità di acqua potabile va ora consacrata come un “diritto”. Nella convenzione sui diritti umani, abbiamo tradizionalmente compiuto la distinzione tra diritti civili e politici (obbligatori), come il diritto ad habeas corpus,  e i diritti economici (a cui aspirare), in quanto questi ultimi hanno bisogno di risorse. Non è una soluzione offuscare la distinzione –ignorando così il problema della scarsità.

Dopotutto, la “disponibilità” può essere interpretata in base a molti criteri e quindi in una miriade di modi. Quanta acqua? A che distanza dalle diverse famiglie (o con la presenza di tubature in ogni casa)? A che costo? Queste decisioni hanno diverse conseguenze per la disponibilità di acqua, e sono per forza in competizione, in ogni caso, con altri “diritti” ed altri usi di risorse.

Alla fine, quindi, la disponibilità di acqua non può essere propriamente definita un “diritto”. Piuttosto, è una “priorità”, ed i paesi inevitabilmente si differenzieranno gli uni rispetto agli altri per le diverse fasi con cui perseguirla.

Mentre questi sono “peccati di assunzione”, i “peccati di omissione” di Rio+20 sono anche più evidenti. Per una conferenza che si suppone mirata alla “sostenibilità”, è giusto lamentare l’assenza di uno sforzo imponente per la sottoscrizione concorde di un trattato successore al Protocollo di Tokyo. Se sono validi gli scenari catastrofici impliciti nella negligenza dei cambiamenti climatici –e, va detto, le stime estremistiche potrebbero ritorcersi contro politicamente, risultando non plausibili o, peggio, producendo un “Effetto Nero” (se Roma brucia, facciamo festa) –  la mancanza di azione di Rio+20 dovrebbe essere considerata come un fallimento storico.

Ma una corrispondente omissione è quella provocata dalla crescente insostenibilità politica delle nostre società, non a causa degli odierni problemi finanziari che affliggono l’Europa e minacciano il mondo, ma perché i media hanno reso visibile a tutti le disparità tra ricchi e poveri. Si dovrebbe sollecitare i ricchi a non ostentare la loro ricchezza: gli eccessi, tra tanta povertà, suscitano ira.

I poveri, d’altra parte, hanno bisogno della giusta spinta ad aumentare i loro redditi. Che può venire solo attraverso l’ accesso all’istruzione e alle opportunità economiche, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri.

“Meno eccesso e più accesso”: solo un mix politico basato su questo slogan credo garantirà che le nostre società rimangano vitali e realizzino una reale “sostenibilità”.