Saturday, October 25, 2014
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È tempo di resettare le relazioni tra Turchia e Ue

MADRID – Solo cinque anni fa Osama bin Laden era vivo, Hosni Mubarak teneva ben strette le redini dell’Egitto e Zine el-Abidine Ben Ali governava la Tunisia con il pugno di ferro. Oggi la regione è teatro di rivolte popolari e cambiamenti politici. Abbiamo, inoltre, assistito a una brutale repressione delle proteste in Siria e Yemen, all’invasione delle truppe saudite in Bahrain e alla battaglia in Libia, che è tuttora in corso.

La “Primavera araba” dovrebbe far rivolgere l’attenzione dell’Europa verso una questione largamente ignorata negli ultimi mesi: i vantaggi dell’ingresso della Turchia nell’Unione europea. Considerate le enormi opportunità derivanti dagli attuali avvenimenti, i vantaggi dell’accesso della Turchia per l’Europa sono ovvi.

Ora che Recep Tayyip Erdoğan è stato riconfermato primo ministro turco per un altro mandato, e che la Polonia, paese ben consapevole dell’importanza della posizione strategica dell’Europa nel mondo, assumerà alla fine del mese la presidenza dell’Ue, è tempo che l’Unione e la Turchia “resettino” le trattative sull’adesione di tale paese.

Ciò che di buono la Turchia potrebbe portare all’Europa era visibile ancor prima della “Primavera araba”. L’Europa è, per definizione, culturalmente diversa, quindi la diversità è nel destino dell’Ue. E, affinché l’Europa divenga un player globale attivo, invece che un museo, necessita delle nuove prospettive e dell’energia dei cittadini turchi.

L’Europa di oggi è ampia e diversa rispetto all’Europa del 1999, anno in cui la Turchia fu invitata ad avviare il processo di accesso. Sta attraversando una profonda crisi economica, scoppiata all’incirca nello stesso periodo in cui fu approvato il Trattato di Lisbona, che aveva l’obiettivo di agevolare l’allargamento dell’Ue. Se il trattato fosse stato approvato nel 2005 come previsto, sarebbe già attivo da circa sei anni, e la tensione sollevata dalla crisi sulla governance economica dell’Ue – come palesemente dimostrato dai recenti problemi dell’Eurozona – sarebbe stata più gestibile.

Ma l’Ue sa sempre come affrontare i problemi, risolverli e andare avanti. Oggi, non disponiamo di una tesoreria, ma potremo contare su qualcosa di simile. Attualmente la Banca centrale europea ha delle capacità che sarebbero state inimmaginabili nel 1997.

Una delle principali sfide che l’Europa deve ancora fronteggiare è la migrazione –

un problema destinato a crescere nel tempo. Tra oggi e il 2050, la forza lavoro dell’Europa registrerà un calo di 70 milioni. Per mantenere a galla la nostra economia bisogna incentivare la migrazione e aprire i confini dell’Ue – oltre a contenere i movimenti populisti europei che respingerebbero gli “outsider”.

L’odierna Turchia è cambiata radicalmente rispetto al 1999, sia a livello politico che economico, grazie per lo più al processo di accesso nell’Ue. Senza l’attrattiva dell’Ue – e il suo “soft power” (potere morbido) – tali cambiamenti non sarebbero avvenuti.

A livello economico, la Turchia fa parte del G20, dove riveste un ruolo efficace. A livello politico, si distingue come leader regionale e prende seriamente tale ruolo.

Con le elezioni parlamentari appena concluse e una nuova costituzione in via di approvazione, la Turchia sta per vivere una svolta epocale. Sono stato membro della Commissione costituzionale spagnola che scrisse la costituzione spagnola nel 1975 e 1976, dopo la morte di Franco, quindi so cosa vuol dire passare dalla dittatura alla democrazia – e so quanto sia importante l’approvazione di una costituzione.

Il rapporto tra Ue e Turchia iniziò con un accordo di associazione siglato nel 1963. Ora sono stati avviati i negoziati per l’accesso e devono essere aperti 35 “capitoli” negoziali che riguardano, tra gli altri, agricoltura, energia, concorrenza, ambiente, occupazione, politiche sociali. Abbiamo già aperto 19 capitoli – un numero inferiore a quello desiderato. Il problema è che ne abbiamo chiuso solo uno e, fatto ancor più grave, il ritmo delle negoziazioni è rallentato. Nella seconda metà del 2010 nulla si è mosso. Mi auguro vengano fatti progressi significativi nel 2011.

La Turchia e l’Ue hanno bisogno l’una dell’altra. Da un lato, l’Ue rappresenta ora il 75% degli investimenti esteri turchi e all’incirca la metà delle esportazioni e del turismo. Dall’altro, la sicurezza energetica dell’Europa dipende dalla cooperazione con la Turchia per il transito di petrolio e gas naturale dall’Asia centrale e dal Medio Oriente.

Abbiamo bisogno gli uni degli altri anche a livello politico. I vicini della Turchia sono i nostri vicini; i suoi problemi sono i nostri problemi. I benefici per la sicurezza e i vantaggi strategici per l’Ue con la Turchia in veste di membro sarebbero numerosi, a partire dalla relazione tra Ue e Nato, di cui la Turchia è da tempo membro.

Il coinvolgimento dell’Ue negli attuali problemi della regione mediterranea sarebbe più semplice se avvenisse di comune accordo con la Turchia. In Bosnia-Herzegovina, la cooperazione tra Ue Turchia è fondamentale per raggiungere una soluzione durevole.

Nel 1999 la Turchia non desiderava candidarsi per accedere alla Ue, perché i suoi leader pensavano che le condizioni sarebbero state troppo dure. Io c’ero; avevo parlato con il Primo ministro Bulent Ecevit a mezzanotte, poi con il Presidente Suleyman Demirel. Due giorni dopo, Ecevit era ad Helsinki a dichiarare formalmente la volontà della Turchia di diventare membro Ue. E le nostre parole furono: la Turchia sarà un membro Ue. All’epoca appoggiai la sottoscrizione di quel documento; farei la stessa cosa anche oggi.

In questi tempi, difficili e imprevedibili ma pieni di speranza, il mondo ha bisogno della collaborazione tra Turchia e Unione europea. Ciò non significa incontrarsi di tanto in tanto per decidere come affrontare un particolare problema. Significa molto di più. Significa annettere la Turchia all’Ue. Questo è il mio sogno e continuerò a lottare affinché si realizzi.

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