Friday, November 28, 2014
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Come ribilanciare l’Eurozona

WASHINGTON, DC – La crisi dell’Eurozona si è manifestata per lo più come crisi del debito sovrano soprattutto nei Paesi periferici, con tassi di interesse sui bond sovrani che a tratti sfiorano il 6-7% in Italia e Spagna, e che sono ben più pesanti in altri Paesi. Dal momento che le banche dell’Eurozona detengono una sostanziosa fetta di asset sotto forma di titoli di Stato emessi dai propri Stati nazionali, la crisi del debito sovrano si è praticamente trasformata in una crisi bancaria, aggravata dalle altre perdite delle banche, dovute ad esempio al collasso dei prezzi delle case in Spagna. Una possibile soluzione per risolvere la crisi dell’Eurozona potrebbe quindi essere quella di alleviare i debiti che gravano sui Paesi periferici.

La variazione di peso relativa al debito di un Paese riflette l’entità della bilancia del budget primario (surplus o deficit al netto dei costi di interesse sul debito) in percentuale al Pil, ma anche la differenza tra i costi di indebitamento e il tasso di crescita del Pil. Nel momento in cui questa differenza diventa troppo ampia, i surplus del budget primario richiesti per evitare un incremento del debito diventano impossibili da raggiungere. In effetti, si prevede che i livelli di crescita nel Sud Europa siano vicini allo zero o negativi nei prossimi due anni, e che non superino il 2-3% anche nel lungo periodo.

Benché la stampa non ne parli molto, una causa alla base della crisi di Eurolandia – ora di ostacolo alla crescita nel Sud Europa – è stata la divergenza nei costi di produzione tra il “Sud” periferico (in particolare, Grecia, Spagna, Italia e Portogallo) e il “Nord” (per semplicità, la Germania) durante il primo decennio successivo all’introduzione dell’euro. I costi del lavoro per unità nei quattro Paesi periferici sono incrementati rispettivamente del 36%, 28%, 30% e 25%, tra il 2000 e il 2010, rispetto a meno del 5% in Germania, e si sono trasformati alla fine del 2010 in una divergenza cumulativa superiore al 30% in Grecia e al 20% in Portogallo, Italia e Spagna.

I costi del lavoro per unità riflettono i livelli salariali e la produttività, così che un aumento della produttività possa compensare un aumento dei salari. Tra il 2000 e il 2010 non vi sono state però grandi differenze di produttività tra i Paesi del Nord e Sud Europa; il tasso annuo medio di crescita della produttività è stato infatti più rapido in Grecia che in Germania (1% rispetto allo 0,7%). Ma i costi del lavoro hanno registrato un maggiore aumento nel Sud, con conseguenti incrementi dei costi differenziali che, finché esisterà l’unione monetaria, non potranno essere affrontati con una svalutazione.

Fintanto che persisterà questa divergenza interna, la crisi dell’euro non potrà essere completamente risolta, perché i deficit di parte corrente e/o la lenta crescita continueranno a tormentare i Paesi periferici, perpetuando i timori per il debito sovrano e le banche commerciali.

In questo contesto, l’aumento della produttività (sia tramite il progresso tecnologico, una migliore allocazione delle risorse o investimenti produttivi) rappresenta per i Paesi periferici una variabile tanto importante quanto il controllo dei salari. L’eccessiva deflazione dei salari potrebbe infatti avere effetti negativi sulla produttività, e accelerare l’emigrazione della forza lavoro qualificata; inoltre, la combinazione di estrema austerità, prezzi in calo ed elevata disoccupazione – con il conseguente rischio di tensioni sociali – non è esattamente la miglior strada per incentivare gli investimenti, l’innovazione o la mobilità della forza lavoro.

In modo analogo, se da un lato ridurre l’occupazione rappresenta uno strumento volto a incentivare la produttività, dall’altro implica elevati costi macroeconomici in termini di perdite di entrate e aumento della spesa sociale. L’aspetto forse più importante è che la politica economica non dovrebbe distruggere la fiducia della società in sé stessa; ciò che gli economisti chiamano “spiriti animali” non deve spegnere la speranza nel futuro.

Per tutte queste ragioni, tanto l’austerità eccessiva quanto la deflazione potrebbero essere controproducenti e impedire l’attuazione di quelle “riforme” tese a migliorare la competitività dei Paesi periferici. Il giusto approccio deve prevedere un ragionevole controllo dei salari e un’inflazione bassa (ma non negativa) con misure di politiche macroeconomiche finalizzate a incoraggiare gli incrementi di produttività.

Inoltre, è chiaro che i Paesi del Nord Europa potrebbero riempire più velocemente il gap di competitività incoraggiando un rapido aumento salariale. In effetti, l’insistenza dei policy maker occidentali nel persuadere le autorità cinesi ad acconsentire a una maggiore rivalutazione della loro moneta è sconcertante, se si considera che il surplus di parte corrente della Germania, in percentuale al Pil, ora è nettamente superiore a quello della Cina.

Per invertire l’ampio differenziale nei costi del lavoro per unità emerso nel primo decennio di vita dell’euro sarà necessario non solo contenere i salari e attuare riforme tese a incentivare la produttività nel Sud, ma anche un maggiore aumento salariale nel Nord. Una simulazione dimostra che se i salari tedeschi sono cresciuti a un tasso annuo del 4% invece dell’1,5% registrato nell’ultimo decennio, e se la crescita annua della produttività in Spagna ha registrato un’accelerazione pari al 2% (era vicina allo 0,7% in entrambi i Paesi), in cinque anni la Spagna potrebbe invertire il differenziale dei costi del lavoro per unità accumulato con la Germania dal 2000, registrando un tasso annuo di aumento salariale dell’1,7%.

Non si tratta di uno scenario impossibile. Richiede controlli in Spagna, dove tra il 2000 e il 2010 i salari sono cresciuti a un tasso medio annuo del 3,4%, oltre a un serio impegno per accelerare la crescita della produttività. Ma non richiede una flessione dei salari o una significativa deflazione dei prezzi: una crescita annua dei salari pari all’1,7% e una crescita di produttività del 2% sarebbero compatibili con un’inflazione prossima allo zero. In Germania, lo storico tasso dello 0,7% di aumento della produttività e una crescita salariale del 4% sarebbero compatibili con un tasso di inflazione leggermente superiore al 3%.

In sintesi, si potrebbe ottenere un aggiustamento interno nell’Eurozona senza dover applicare una forte deflazione nel Sud, a patto che la loro crescita di produttività acceleri e che il Nord faccia la propria parte incoraggiando un aumento salariale leggermente più rapido di quello attuale. La conseguente riduzione del surplus di parte corrente nei Paesi del Nord sarebbe un bel traguardo. Se il Nord insiste a mantenere la lentezza di crescita salariale del periodo 2000-2010, per realizzare un aggiustamento interno saranno necessari significativi livelli di disoccupazione e deflazione nel Sud, rendendo alla fine il perseguimento di tale obiettivo più difficile e forse politicamente impossibile.  

Traduzione di Simona Polverino

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    1. CommentedProcyon Mukherjee

      The faster wage growth in Germany, while it would augur well to bring down the gap in unit labor cost between the North and South, would impair Germany's competitiveness. The positive fallout would be the growth in the domestic sector and if investment and consumption could be balanced, this could attract movement of goods into Germany from the South as well, provided South could do the opposite. This prescription has one flaw that Germany cannot be the under-writer for drawing all the investment checks for mutual gains, while the losses would not be borne by any of the Southern States, or so it seems.

      Procyon Mukherjee

    2. CommentedZsolt Hermann

      I would disagree with the writer about the primary aspect of the crisis.
      The sovereign debt, banking crisis is just a symptom, like when one becomes feverish with a systematic disease.
      We can treat the fever but if we do not cure the main disease the fever will come back and the patient continues to get sicker and sicker.
      This is exactly what we see, all the stimulus, adjustment, so called solution is concentrated on the financial, banking sector, and after each micro recovery we find ourselves in deeper crisis than before.
      The real problem is the unsustainable nature of our constant growth, expansive socio-economic system, and that in a global, integral, totally interdependent network we still try individual, national, self calculating solutions instead of full integration and truly mutual planning and decision making.
      Unless we "stop for a minute" instead of running around like headless chickens, and start understanding our global system, with all of its conditions, and how natural, unbreakable laws dictate to us how to live in this network, we will exhaust all of our resources and will have no further opportunity to even hope for a better future.
      Despite already having all the necessary objective, factual, scientific information around us we still refuse to look, and in the meantime we are running out of time.

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