Friday, October 31, 2014
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Investimenti insufficienti nella capacità di resilienza

NEW YORK – L’uragano che si è abbattuto sulla costa orientale (e che ho vissuto in prima persona a Manhattan) si aggiunge ad un numero crescente di eventi atmosferici estremi dai quali  è possibile trarre qualche lezione. Gli esperti climatici sostengono da diverso tempo che la frequenza e l’entità di questi eventi sia in aumento e le prove a conferma di ciò dovrebbero influenzare i passi verso misure preventive più solide e spingerci a rivederle regolarmente. 

Ci sono due componenti ben distinte ed essenziali nella fase di preparazione ai disastri. Quella che, comprensibilmente, richiama maggior attenzione è la capacità di dare una risposta rapida ed efficace: una capacità che sarà sempre necessaria e la cui importanza viene messa in dubbio da pochi. Nel caso un cui tale componente sia assente o insufficiente, si possono verificare numerosi morti e ingenti perdite di mezzi di sussistenza, come nel caso dell’uragano Katrina che ha devastato Haiti e New Orleans nel 2005.

La seconda componente riguarda gli investimenti che minimizzano i danni previsti all’economia. Quest’aspetto della procedura di preparazione richiama, al contrario, ben poca attenzione.

E’ pur vero che negli Stati Uniti la lezione dell’esperienza dell’uragano Katrina sembra aver rafforzato la capacità di risposta, come hanno dimostrato i rapidi ed efficaci interventi in seguito all’uragano Sandy. Ma gli investimenti mirati a controllare l’entità dei danni sembrano essere in ogni caso costantemente trascurati.

Rimediare a questo squilibrio comporta una maggiore focalizzazione sulle strutture chiave. Ovviamente, non è possibile prevenire, ad un costo ragionevole, tutti i danni provocati dalle calamità che colpiscono in modo casuale e in luoghi diversi e difficilmente prevedibili. Ma alcune tipologie di danni hanno ampi effetti moltiplicatori.

Tra questi ci sono i danni a sistemi critici come la rete elettrica e le reti di informazione, telecomunicazione e trasporto che costituiscono la piattaforma sulla quale si basano le economie moderne. Degli investimenti relativamente modesti nella resilienza, e nella capacità di reazione e integrità di questi sistemi possono produrre grandi vantaggi, ma ad intervalli casuali. La capacità operativa di reazione rappresenta l’elemento chiave.

Il caso di New York è stato senza dubbio istruttivo. La parte meridionale di Manhattan è rimasta senza energia elettrica per quasi una settimana lavorativa intera, in quanto una centrale elettrica, situata nei pressi del fiume East River, è stata distrutta da un’onda provocata dall’uragano e non era stato attivato precedentemente alcun sistema di backup per il trasporto dell’energia elettrica tramite una via alternativa.

Il costo di questo black-out, anche se difficile da calcolare, è senza dubbio enorme. A differenza della spinta economica che potrebbe verificarsi tramite la spesa per il ripristino dei beni fisici danneggiati, questa è una perdita netta. Probabilmente non è possibile evitare del tutto le interruzioni di corrente a livello locale, tuttavia, investendo nella capacità di resilienza, si possono comunque creare delle reti meno vulnerabili che non mettano a rischio di blocco ampie parti del sistema economico.

Lezioni simili sono state imparate in relazione alle catene d’approvvigionamento globali, a seguito del terremoto e dello tsunami che hanno colpito il nordest del Giappone nel 2011. Le catene d’approvvigionamento globali stanno diventando ora più resistenti a causa della duplicazione di inefficienze peculiari in grado di compromettere ampi sistemi.

Gli esperti di sicurezza informatica sono preoccupati, con ragione, per la possibilità di attacchi in grado di compromettere un’intera economia e di disattivare i sistemi di controllo delle reti elettriche, delle telecomunicazioni e del trasporto. E’ pur vero che l’impatto dei disastri naturali è meno sistemico, tuttavia se una calamità arriva a distruggere delle componenti chiave delle reti che non dispongono di un sistema di backup, gli effetti derivanti sono decisamente simili. Inoltre, se le reti e i sistemi chiave (in particolar modo la rete elettrica) fossero più resilienti, anche una risposta rapida sarebbe più efficiente.

Perché quindi tendiamo a investire poco nella resilienza dei sistemi chiave delle nostre economie?

Una spiegazione è che i sistemi operativi di backup vengono percepiti come uno spreco di soldi in tempi normali, dato che il rapporto costo-beneficio tende ad escludere un aumento di investimenti in quest’area. Il che è, in effetti, sbagliato. In base alle stime di numerosi esperti, la resilienza comporta, infatti, un enorme beneficio, a meno che non vengano stimate (poco realisticamente) probabilità molto basse di eventi distruttivi.

Ciò porta ad una seconda e più plausibile spiegazione di natura sia psicologica che comportamentale. Abbiamo infatti una tendenza a sottovalutare sia le probabilità che le conseguenze di ciò che il mondo degli investimenti definisce come “eventi disastrosi ma altamente improbabili”.

Si aggiunge a questo quadro la mancanza di incentivi. I committenti, che siano investitori o elettori, determinano gli incentivi degli agenti, sia che siano manager, funzionari eletti o policy maker. Se i committenti interpretano male i rischi sistemici, i loro agenti, pur comprendendoli, potrebbero non riuscire a rispondere senza perdere il sostegno sia sotto forma di voti che di beni gestiti.

Un altro ragionamento è che le aziende che dipendono in gran parte da condizioni di stabilità, come ad esempio gli ospedali, le ditte appaltate in India e le Borse, si troveranno a dover investire in dei propri sistemi di backup. Ma questo scenario trascura una serie di questioni legate alla mobilità, alla sicurezza e all’alloggio dei dipendenti. Il modello diffuso di auto-assicurazione determinato dalla scarsità degli investimenti nelle infrastrutture di resilienza è in realtà un’opzione evidentemente inefficiente e insufficiente.

La scelta, molto diffusa, di investire poco nelle infrastrutture (compresi eventuali rinvii di manutenzione) può portare a conseguenze aleatorie e/o non immediate. In realtà, uno scarso investimento oppure un investimento tramite forme di finanziamento del debito si equivalgono in relazione al fatto che entrambi trasferiscono i costi alle generazioni future. Ma sarebbe comunque meglio optare per il finanziamento del debito piuttosto che non investire del tutto, viste le perdite nette.

Le città ed i paesi che aspirano ad essere dei centri nevralgici o componenti essenziali all’interno dei sistemi finanziari ed economici globali devono essere necessariamente prevedibili, affidabili e resilienti. Ciò richiede uno stato di diritto trasparente, competente, prudente ed una gestione macroeconomica controciclica, ma anche una resilienza fisica e la capacità di resistere agli shock.

I centri che non hanno capacità di resilienza creano enormi danni collaterali nel momento in cui crollano. Con il tempo, verranno superati e rimpiazzati da alternative più resistenti.

Traduzione di Marzia Pecorari

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  1. CommentedProcyon Mukherjee

    Under-investment in resilient infrastructure that tends to defer costs to the future, is an inherent problem, not just due to lack of incentives, but because very few understand the concept of depreciation in physical infrastructure till the point is reached when investment must be made several times the physical depreciation in assets; Michael is so right when he talks about self-insurance and the bloated faith in it, the malaise that plagues many institutions, countries and administration who live in the short term world view.

    Procyon Mukherjee

  2. CommentedRichard Potter

    Why should taxpayers have to pay one cent in taxes to provide "resilience" to homeowners who never should have built homes on floodplains, barrier islands and oceanfronts in the first place, please? The economics of providing subsidized flood insurance, artificially depressed in price auto and home insurance, seawalls and dikes are just perverse. Like the TBTF banks, such residents enjoy their costly water views while they can, and then pass along the costs of a natural disaster to those of us who can not or will not live in such risky places. Let such homeowners pay the fully-loaded, risk-adjusted costs of their homes, and only then come to me with hands out for "resilience" investments.

  3. CommentedZsolt Hermann

    The article started in a promising way, mentioning the worsening climate events, hinting at human responsibility, also mentioning that besides effective crisis management we also need prevention, and then it just stopped connecting the two together.
    It does not matter what structural preparation humans do, how high walls we build, how deep we bury the electric lines, how the financial markets prepare, unless we actually try to get to the root problem.
    This root problem is humanity's total opposition to nature's system.
    While nature is based on the laws of general balance and homeostasis, when in nature each species is tightly interconnected within themselves and even with other species building a self sustaining and developing chain, human beings within their own species are each other's predators, killing each other, wiping out whole nations, cultures either physically or culturally, psychologically.
    And as a species they apply such a socio-economic system that is all about total exploitation of the human and natural resources around, basically behaving like a cancer within the body of nature.
    By the way latest research shows that even cancer cells have very sophisticated communication system with each other, so at least the cancer within itself is well organized and united, while the human cancer even within itself is self destructive, moreover each human being is destroying itself with the harmful lifestyle they pursue.
    In short it does not matter what we build or how we build it until we correct the only problem there is: the inherent self serving, subjective human nature.
    And this is where humans are superior to any other living creature, people are capable of self assessment and self adjustment provided they receive positive motivation to do so.
    The negative motivation is already upon us, either natural catastrophes, or the internal imbalance and explosion within human society is threatening our future.
    The positive motivation should come from an informed, transparent and scientific understanding of the global, fully integrated natural system we exist in and how humanity should adapt to this system in order to survive.

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