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Occupiamo i creditori ipotecari

WASHINGTON, DC – Gli aderenti al movimento “Occupy Wall Street” hanno ragione nel sostenere che le grandi banche non sono state mai propriamente indagate sulla loro condotta di generazione, aggregazione e securitizzazione dei mutui che é risultata essere alla base della crisi finanziaria – con la conseguente perdita di più di 8 milioni di posti di lavoro. Ma, grazie agli sforzi del procuratore generale di New York, Eric Schneiderman, e di altri, é cominciata negli Stati Uniti una seria discussione su di un accordo extra-giudiziale sui mutui ipotecari tra i procuratori generali e prominenti società del settore finanziario.

Le discussioni tra funzionari statali, l’amministrazione Obama, e le banche sono attualmente incentrate sui denunciati abusi nella gestione dei mutui ipotecari, sul pignoramento delle case, e conseguente sfratto degli inquilini. Ma le banche più importanti sono anche accusate di condotte illecite – induzione delle persone ad indebitarsi, per esempio, mascherando i veri tassi di interesse effettivamente praticati, allo stesso tempo non rappresentando fedelmente le risultanti  mortgage-backed securities (titoli derivati garantiti sui mutui) agli investitori.

Se queste accuse si rivelassero fondate, i dirigenti delle banche convolte corrono il rischio che eventuali processi civili portino alla luce prove di rilevanza penale. In tal caso, il loro interesse sarebbe quello di cercare di tenere tali prove il più lontano possibile da un’aula di giustizia – cosa che effettivamente sta accadendo.

La scala e la struttura di qualunque accordo extra-giudiziale dovrebbero essere commisurati al danno inflitto dalla supposta condotta. Molti cittadini americani sono oggi troppo indebitati. Si stima che circa 10 milioni di mutui siano “sott’acqua” (il valore della casa é inferiore al valore del mutuo). E nei mercati chiave degli USA, a quattro anni dal crollo del mercato immobiliare i prezzi delle abitazioni continuano a calare.

Se si trattasse di debiti commerciali, i creditori prenderebbero in considerazione una loro ristrutturazione – dilazionando i pagamenti e tipicamente riducendo la quota di capitale da rimborsare. Ma, nel mercato americano dei mutui ipotecari, ció é molto meno comune. Le banche non vogliono né milioni di negoziazioni né, ancor di più, dover far fronte alle perdite conseguenti sul loro portafoglo prestiti.

Come risultato, le famiglie vogliono spendere meno e ripagare i loro debiti. In una certa misura, questa é la naturale conseguenza dello scoppio della bolla del credito. E questa riduzione della leva finanziaria da parte delle famiglie americane richiederá molto tempo.

Ai politici é dato di rispondere in tre modi. Primo, non facendo nulla – a quanto pare l’opzione preferita dei leader repubblicani al Congresso, i quali hanno recentemente scritto al Presidente della Federal Reserve americana Ben Bernanke chiedendogli di astenersi dallo stimolare ulterirmente l’economia.

Secondo, possono continuare con le politiche monetarie e fiscali convenzionali per tirare fuori l’economia dalla depressione. Questo é l’approccio preferito dall’amministrazione Obama, nonostante i deludenti risultati.

Terzo, si potrebbe adottare un approccio alternativo che riduca direttamente il valore dei mutui “sott’acqua”. A questo punto, qualunque miglioramento nei bilanci dei consumatori stimolerebbe direttamente l’economia e creerebbe posti di lavoro.

Iniziando dalla proposta avanzata da Martin Feldstein, questa raccomanda il seguente scambio: lo Stato riduce il valore dei mutui quando questi sono sufficientemente “sott’acqua”, dividendo le perdite equamente con le banche; in cambio, i debitori accettano che i loro nuovi mutui diventino pienamente esigibili. Ció significa che i creditori possono avere come garanzia tutti gli attivi del debitore – non soltanto la casa – in caso di fallimento.

La chiave di questa proposta é che le banche siano d’accordo; si tratta di una ristrutturazione del debito volontaria, senza alcuna imposizione da parte di un’autorità legale. In principio, le banche dovrebbero essere attratte dalla proposta, perché i prestiti ristrutturati hanno meno probabilitá di andare in default. In pratica, le banche hanno continuato a fare orecchie da mercante – e stanno licenziando personale, piuttosto che assumere persone che potrebbero aiutare a portare avanti l’iniziativa su vasta scala.

Feldstein ha calcolato che il costo una tantum di tale abbattimento di capitale si aggirerebbe attorno ai 350 miliardi di dollari. Naturalmente, nelle condizioni di finanza pubblica attuali, sarebbe dura reperire risorse addizionali dal bilancio dello Stato.

Ma 350 miliardi di dollari sono all’incirca quanto il settore finanziario nel suo complesso guadagnava mediamente in un trimestre durante il boom del credito – ed i livelli di profitto nei trimestri recenti ha raggiunto o superato tale soglia. Quindi, se l’intero costo dell’abbattimento ricadesse sulle banche, la maggior parte di esse perderebbe l’equivalente di non più di un anno di profitti – diluiti su diversi anni.

Quei profitti nel periodo di boom economico erano in ogni caso ingigantiti, perché non erano aggiustati per il rischio. E quando il rischio di tracollo si é materializzato, le perdite sono state largamente socializzate –ragione principale dell’esplosione del debito pubblico degli Stati Uniti negli ultimi anni. Date le circostanze, domandare agli azionisti e al management di pagare una cifra relativamente modesta appare pienamente giusto ed appropriato.

Alcuni nel settore finanziario minaccerebbero ovviamente conseguenze spaventose. D’altronde, il prezzo dei titoli bancari potrebbe crollare, ed é assolutamente possibile che i compensi ed i bonus vengano tagliati, almeno nel breve periodo. D’altra parte, un accordo su larga scala che rimuova legittimamente e definitivamente il pericolo di future azioni legali dissiperebbe l’enorme nube che sovrasta alcune delle più grosse banche creditrici, inclusa Bank of America, creando rischi rignificativi per l’intero sistema finanziario.

Se le banche venissero effettivamente ritenute responsabili per i costi sociali delle loro condotte, il conto supererebbe di parecchio i 300-400 miliardi di dollari. Valutati seriamente, i rischi legati alle possibili controversie giudiziarie delle istituzioni finanziarie eccedono i 1.000 miliardi di dollari – in particolare se venisse dimostrato che le “mortgage-backed securities” (titoli derivati garantiti sui mutui ) vendute agli investitori non erano garantite proprio da nessun mutuo, perché le relative pratiche burocratiche non erano neanche state mai fatte.

Qualunque intesa dovrebbe anche includere l’accordo esplicito da parte delle banche di appoggiare la revisione della legislazione americana in materia di bancarotta per permettere di trattare i prestiti ipotecari nei normali processi in tribunale. Se il movimento “Occupy Wall Street” ci dice qualcosa, é che l’ultima cosa di cui l’economia americana ha bisogno é ancora più famiglie strangolate dai debiti.