Thursday, November 27, 2014
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Il perché dell’impasse sul cambiamento climatico

NEW YORK – Ci sono tutti i segnali che stanno a indicare che il pianeta sta precipitando verso il disastro climatico. L’Amministrazione Nazionale Oceanica e Atmosferica (NOAA) ha pubblicato la relazione sullo stato del clima per il periodo compreso tra gennaio e maggio. I primi cinque mesi dell’anno sono risultati i più caldi dal 1880 e, tra questi, maggio è stato il più caldo in assoluto mentre le ondate di calore intenso stanno interessando diverse parti del mondo. Ciò nonostante, continuiamo a rimanere inerti.

Ci sono diverse ragioni dietro a questo stallo, ed è fondamentale comprenderle appieno per riuscire a superarlo. Innanzitutto, la sfida economica finalizzata al controllo del cambiamento climatico indotto dall’uomo è realmente complessa. Il cambiamento climatico indotto dall’uomo è dovuto principalmente a due fonti di emissioni di gas serra (in gran parte diossido di carbonio, metano, e protossido di azoto), ovvero all’utilizzo dei combustibili fossili per produrre energia e all’agricoltura (compreso il diboscamento per la creazione di terreni agricoli e pascoli).

Cambiare i sistemi mondiali dell’energia e dell’agricoltura non è per niente banale. Non basta agitare le braccia e affermare a gran voce che il cambiamento climatico è diventato un’emergenza. Abbiamo bisogno di una strategia pratica per rivedere due settori economici che sono al centro dell’economia globale e coinvolgono l’intera popolazione mondiale.

La seconda grande sfida nella lotta al cambiamento climatico è data dalla complessità della stessa scienza. L’attuale conoscenza del clima della terra e della componente indotta dall’uomo quale causa del cambiamento climatico è il risultato di un lavoro scientifico estremamente complicato che coinvolge migliaia di scienziati di ogni parte del mondo. Tuttavia, la conoscenza scientifica è ancora oggi incompleta e ci sono ancora sostanziali incertezze sull’entità, i tempi ed i pericoli del cambiamento climatico.

L’opinione pubblica ha avuto serie difficoltà ad afferrare la sua complessità e incertezza, soprattutto in quanto i cambiamenti del clima si stanno verificando in tempi lunghi che implicano decenni e secoli, piuttosto che mesi e anni. Inoltre, di anno in anno, e persino di decennio in decennio, le variazioni naturali del clima si uniscono ai cambiamenti indotti dall’uomo, rendendo ancor più difficile individuare i comportamenti dannosi.

Tutti questi aspetti hanno sollevato un terzo problema nella lotta al cambiamento climatico che deriva dalla combinazione delle implicazioni economiche legate alla problematica e dall’incertezza che la circonda. Il che si riflette nella campagna brutale e distruttiva contro la scienza del clima portata avanti dagli interessi di potere in gioco e da alcuni ideologi con il fine, sembrerebbe, di creare un clima di ignoranza e confusione.

Per decenni ad esempio, il Wall Street Journal, il principale quotidiano finanziario d’America, ha condotto un’aggressiva campagna editoriale contro la scienza del clima. Finora le persone coinvolte non solo sono risultate ben poco informate dal punto di vista scientifico, ma hanno anche dimostrato un totale disinteresse nell’approfondire la loro conoscenza rifiutando diverse offerte di incontro da parte degli scienziati del clima per discutere sull’argomento.

All’interno di questo contesto, sono in gioco le principali compagnie petrolifere, responsabili di aver finanziato discutibili campagne di comunicazione contro la scienza climatica, così come altri interessi aziendali. L’approccio generale è di esagerare le incertezze della scienza climatica, facendo supporre che gli scienziati del clima siano coinvolti in una cospirazione mirata ad incutere paura nell’opinione pubblica. E’ un’accusa assurda, ma è attraverso le accuse assurde che si riesce spesso ad accattivarsi il sostegno dell’opinione pubblica se presentate in modo astuto e patinato.

Mettendo insieme questi tre fattori, l’enorme sfida economica volta a ridurre i gas serra, la complessità della scienza climatica, e le campagne premeditate mirate a confondere l’opinione pubblica e a screditare la scienza, si arriva al quarto problema che è anche il più importante: la riluttanza o l’incapacità da parte dei politici statunitensi di delineare una politica assennata sul cambiamento climatico.

Gli Stati Uniti hanno una gran parte di responsabilità nei confronti dell’inerzia sul cambiamento climatico in quanto sono sempre risultati i più grandi emissori di gas serra fino all’anno scorso quando sono stati superati dalla Cina. Persino adesso, tuttavia, le emissioni statunitensi pro capite sono quattro volte maggiori di quelle della Cina. Nonostante il ruolo centrale dell’America nel contesto delle emissioni globali, il Senato degli USA non ha fatto niente per contrastare il cambiamento climatico dalla ratifica del trattato delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico 16 anni fa.

Quando Barack Obama è stato eletto presidente degli Stati Uniti, la speranza di un eventuale progresso era grande. Ora, sebbene la volontà di Obama di affrontare la problematica sia evidente, finora la sua strategia di confronto con i senatori e le industrie chiave per tentare di arrivare ad un accordo è fallita. I gruppi di interesse hanno dominato il processo, mentre Obama non è riuscito a fare alcun passo avanti.

L’amministrazione Obama avrebbe dovuto tentare, e continuare ancora adesso, un approccio alternativo. Invece di negoziare dietro le quinte della Casa Bianca e del Congresso con gli attori degli interessi in gioco, Obama dovrebbe presentare al popolo americano un piano coerente. Dovrebbe proporre una solida strategia per i prossimi 20 anni, finalizzata alla riduzione della dipendenza dell’America dai combustibili fossili, al passaggio ai veicoli elettrici e all’espansione delle fonti di energia alternativa come quella solare ed eolica. Sarebbe poi utile che presentasse una tabella di costi definendo le fasi necessarie per questi cambiamenti e la tempistica necessaria, dimostrando che i costi implicati sarebbero comunque modesti rispetto agli enormi benefici che si potrebbero trarre.

Stranamente, pur essendo a favore del cambiamento, Obama non ha optato per la presentazione di un piano d’azione concreto. La sua amministrazione rimane sempre più intrappolata nella morsa paralizzante dei gruppi di interesse. Se questo è voluto per fare in modo che Obama ed il suo partito possano continuare a mobilizzare importanti contributi a favore della campagna o è invece il risultato di un debole processo decisionale, è difficile da stabilire, e potrebbe in realtà riflettere entrambe le ipotesi.

E’ comunque evidente che stiamo facendo di tutto per andare incontro al disastro. La natura non è interessata alle nostre macchinazioni politiche, e ci sta dicendo che il nostro modello economico è pericoloso e autodistruttivo. Se non riusciremo a trovare una leadership reale a livello globale nei prossimi anni, impareremo la lezione nel peggior modo possibile.

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