Tuesday, September 2, 2014
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Il rafforzamento del potere limitato dell’Europa

PARIGI – I risultati delle elezioni del Parlamento europeo lo scorso week end sono sorprendenti e allo stesso tempo scioccanti. Non esiste, infatti, alcuna teoria in grado di giustificare la varietà dei risultati a livello nazionale.

In Germania, dove le politiche dell’Unione europea sono state oggetto di forti controversie sin dal 2008, la campagna elettorale è stata particolarmente piatta, mentre in Francia, dove né gli aiuti finanziari né le iniziative della Banca Centrale Europea mirate a contrastare la crisi hanno comportato un forte disaccordo, le tematiche anti-europee hanno invece avuto il predominio.

Né le variabili economiche, come il PIL, né le variabili sociali, come la disoccupazione, sono in grado di spiegare perchè l’Italia ha votato in massa per il Primo Ministro Matteo Renzi del Partito Democratico di centro-sinistra, mentre la Francia ha dato il maggior sostegno al partito di estrema destra di Marine Le Pen, il Fronte Nazionale.

Per quanto riguarda i paesi con un surplus, gli euroscettici hanno avuto un risultato importante in Austria, ma debole in Germania. Nei paesi in crisi invece, la Grecia ha dato fiducia alla coalizione di estrema sinistra Syriza guidata da Alexis Tsipras, mentre i partiti che hanno dominato fino a qualche tempo fa, la Nuova Democrazia e Pasok, hanno ottenuto collettivamente meno di un terzo del voto popolare. In Portogallo, per contro, il predominio dei partiti tradizionali non è stato invece compromesso.

Più si analizzano i numeri e più diventano sorprendenti. Lo storico Harold James sostiene che il quadro dominante è quello di una destra nazionalista molto forte nei due paesi dell’UE con un retaggio imperialista, ovvero la Francia ed il Regno Unito. Forse è effettivamente così, ma perchè allora anche in Danimarca la destra anti-europea ha vinto con un ampio margine?

Anche se negli ultimi anni il dibattito politico sull’Europa è diventato sempre più importante un po’ ovunque, la verità è che gli europei non parlano delle stesse cose, e questo è un serio problema per i leader europei. Il terremoto elettorale è stato infatti abbastanza consistente da farli sentire obbligati a rispondere allo scontento politico ed economico dei cittadini, ma ciò non toglie che continuino a non essere in grado di rispondere.

Sul fronte economico, le prime discussioni post-elettorali indicano che c’è concordanza sulla necessità di incoraggiare la crescita e l’occupazione, cosa senz’altro vera. La recente prestazione europea sulla crescita è stata desolante, in particolar modo rispetto agli Stati Uniti che hanno subito gli stessi shock sei anni fa, ma hanno poi registrato una ripresa ben più forte nell’ambito della produzione e dell’occupazione. Una parte della responsabilità di questo risultato è proprio dell’UE; il fatto di non aver riassettato i bilanci bancari prima della consolidazione fiscale è stato infatti un errore collettivo.

E’ tuttavia altrettanto importante che i leader europei evitino di fare promesse che non sono in grado di mantenere. L’Europa ha infatti una lunga tradizione di iniziative di crescita importanti che si sono sempre rivelate deludenti.

Qualche miliardo qua e là non fanno, ad esempio, la differenza in un’economia di 13 trilioni di euro (ovvero 17,7 trilioni di dollari), così come un altro appello da parte della banca europea per gli investimenti affinché gli stati membri sostengano investimenti ed innovazione non renderà l’economia meno avversa ai rischi. Inoltre, un impegno rinnovato a garantire finanze pubbliche sane non trasformerà gli ormai prudenti nuclei familiari euopei in felici spendaccioni.

Se i leader europei fossero realmente impegnati nei confronti della crescita e del lavoro, dovrebbero focalizzarsi sulla revisione del mercato unico europeo, che in molti settori è “unico” solo di nome e non di fatto, in modo da poter incoraggiare una crescita più rapida da parte delle aziende più innovative ed efficienti. Dovrebbero poi definire dei piani per il finanziamento delle infrastrutture essenziali e quindi non treni ad alta veocità mal collegati, ma interconnessioni per i sistemi energetici e le dorsali delle telecomunicazioni dell’era informatica.

Inoltre, dovrebbero concordare uno schema che porti ad un percorso futuro credibile per il prezzo del carbonio, cosa che darebbe al settore privato la previdibilità necessaria per investire nell’efficienza energetica e nell’energia pulita. Dovrebbero poi individuare un meccanismo per bilanciare le differenze del costo del credito tra la parte settentrionale e quella meridionale dell’eurozona.

I leader UE dovrebbero inoltre incoraggiare gli investimenti privati nei settori dei prodotti tradable dei paesi membri del sud Europa, aiutando in tal modo queste economie a ripristinare la base delle loro esportazioni in tempi più rapidi. Dovrebbero poi investire più soldi nelle inziative di formazione dei giovani e incoraggiarli a diventare più mobili.

Infine, ma non per importanza, i policymaker dovrebbero studiare un modo per limitare un risparmio eccessivo all’interno dell’eurozona al fine di contenere una pressione al rialzo sul tasso di cambio della valuta unica. Ma qualora non si trovassero d’accordo su come portare avanti tutte queste tematiche, dovrebbero resistere alla tentazione di nascondere queste differenze.

Sul fronte politico, la discussione verte su quale tipologia di unione l’UE dovrebbe aspirare a diventare e la tentazione post-elettorale è di rispondere: un’unione meno integrata. Questa risposta sarebbe tuttavia un errore, di certo comprensibile, ma pur sempre un errore. I cittadini europei possono infatti essere divisi sul livello di integrazione desiderabile, ma condividono invece l’idea che i propri governi debbano dare delle risposte, indipendentemente dal livello d’integrazione, e così anche l’Europa, in particolar modo rispetto all’euro.

E’ pur vero che, in base ai sondaggi recenti, tre quarti dei francesi pensano che non si sarebbe dovuta portare avanti l’iniziativa dell’euro. Ma la stessa proporzione si oppone invece all’abbandono della moneta unica. Il messaggio alle istituzioni UE è dunque chiaro: sarà stato un errore avervi affidato questo compito, ma la decisione è stata ormai presa, quindi il vostro ruolo è adesso quello di far funzionare l’euro.

In altre parole, i cittadini europei non appoggeranno sicuramente eventuali piani volti ad allargare l’ambito delle politiche e dell’autorità europea, ma, allo stesso tempo, sono consapevoli della necessità di avere un’UE che rispetti gli obblighi che ha già.

Poco prima di morire, Tommaso Padoa-Schioppa, ex membro della BCE ed ex Ministro italiano delle finanze, ha espresso questo concetto in modo chiaro. Un potere limitato, ha detto, viene spesso confuso con un potere debole che non ha gli strumenti necessari per agire all’interno della sua sfera di autorità. Ma è in  realtà la sfera dell’autorità a dover essere limitata, e non il potere di azione all’interno di quei limiti.

I leader europei dovrebbero adottare questa massima come loro motto e comprendere quindi che non è il momento per una maggiore integrazione europea, ma per un’Europa che svolga bene il suo mandato. Ciò potrebbe comportare eliminare compiti non necessari sui quali l’UE non ha legittimità o non ha gli strumenti necessari, ma potrebbe anche voler dire dare all’UE il potere necessario per avere successo negli ambiti che sono già di sua competenza.

Una simile agenda pragmatica potrebbe sembrare poco esaltante, e probabilmente lo è. Ma forse offre anche la migliore opportunità per riconciliare il popolo europeo con l’UE.

Traduzione di Marzia Pecorari

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  1. CommentedGerry Hofman

    The single variable that accounts for all the differences in electoral outcomes is really quite simple. It's not economic indicators or social variables but it's personality. People don't vote for an effective administrator or for a capable economic performance, they vote for people with strong energetic personalities who believe in what they do and say. Marine le Pen by herself has more personality then the rest of the French government combined. Nigel Farage projects a stronger image of belief in self then then all the other factory-produced clones that run the country. Matteo Renzi is youthful, strong and energetic, compared to the septuagenarian he replaced. The afD is composed of old people who may be on to something, but have no true vision or energy to share, so they got nowhere, and Germany remains committed to "mutti" Merkel. Apart from missing this point I think this is an excellent article that really shows the right way in the course Europe needs to take.

  2. Commentedhari naidu

    You're an old hand of Brussels, and you know a lot more than you're willing to put into print.

    Single Market (SM) is one of Maastricht instruments which until now has not been fully and transparently implemented. And in spite of Mario Monti's report on it's implementation problems - commissioned by Barosso - French Commissioner Bernier has still not been successful in implementing it due to national peculiarities including NTBs.

    I think if EU and its macro project is to succeed, priority must inevitably be focused on SM and its transparency including obstacles to national labor market regulations, licensing of teaching diplomas, and other (critical) professions.

    ECB's Banking Union will eventually muster adequate internal market and accelerate push to liberalization of financial and service sector.

    Harold James opinion notwithstanding (see my comments) I fail to understand UKs national policy priorities in a globalized world.

    Centrist France must also finally let go of its control of the provinces and allow regional autonomy to rule.

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