Friday, October 31, 2014
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Fine o inizio dell’Euro?

BRUXELLES – Quando gli architetti dell’euro iniziarono ad approntare i piani per la sua creazione alla fine degli anni Ottanta, gli economisti li avevano messi in guardia sul fatto che un’unione monetaria concretizzabile avrebbe richiesto più di una banca centrale indipendente e di regole per la disciplina di bilancio. Dagli studi condotti sono emerse le asimmetrie all’interno della futura area con una moneta unica, la possibile inadeguatezza di una politica monetaria uniforme, la debolezza dei canali di aggiustamento in assenza di una mobilità transfrontaliera della forza lavoro e la necessità di una sorta di unione fiscale che implichi meccanismi di tipo assicurativo in grado di assistere i Paesi in difficoltà.

Oltre all’economia, numerosi osservatori hanno notato che i cittadini dell’Unione europea avrebbero accettato una rigorosa politica monetaria solo se avessero preso parte a una comunità politica condivisa. L’ex presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, amava citare un filosofo medievale francese, Nicolas Oresme, secondo il quale il denaro non appartiene al principe ma alla comunità. La domanda era: quale comunità politica avrebbe sostenuto l’euro?

Alcuni di questi ammonimenti erano dettati dai dubbi radicati sull’unificazione monetaria europea. Ma altri intendevano solamente enfatizzare che gli europei avevano bisogno di una nave più robusta e meglio equipaggiata per il viaggio intrapreso. Il messaggio era semplice: i governi nazionali devono adattare le proprie economie alle restrizioni dell’unione monetaria; l’euro deve essere sostenuto da un’integrazione economica più profonda; e una moneta comune necessita di legittimità politica, vale a dire di un governo.

In quel periodo i leader politici, soprattutto il cancelliere tedesco Helmut Kohl e il presidente francese François Mitterrand e il suo successore Jacques Chirac, affrontarono il mare con una nave leggera. Sul fronte economico, trovarono un accordo solo su un’Unione economica e monetaria ridotta all’osso, costruita intorno alla rettitudine monetaria e a una promessa inapplicabile di disciplina fiscale. Sul fronte politico, non trovarono alcun accordo, così che la creazione di un governo europeo morì sul nascere.

In quel periodo, alcuni, come l’allora presidente della Commissione europea Jacques Delors, biasimavano apertamente questa visione riduttiva. Malgrado gli obblighi politici, gli architetti dell’euro non sono stati affatto ingenui. Sapevano che il loro prodotto era incompleto. Ma hanno dato per scontato che, nel tempo, l’unificazione monetaria avrebbe accelerato le riforme nazionali e avrebbe creato una maggiore integrazione economica e una qualche forma di unificazione politica. Dopo tutto, questo approccio frammentario è ciò che ha contribuito a creare l’Ue sin dalle sue origini come comunità del carbone e dell’acciaio negli anni Cinquanta. Alcuni tra i fautori dell’euro non si aspettavano alcun cambiamento significativo dopo il suo lancio.

Ma questa ipotesi era errata. Dalla firma del Trattato di Maastricht nel 1992 al decimo anniversario dell’euro nel 2009, lo slancio atteso per la creazione di un governo europeo comune non si avvistava da nessuna parte.

In effetti, pochissimi Paesi si sono preoccupati di illustrare un programma di riforme economiche dettate dall’euro. Avendo raggiunto un accordo per delegare la responsabilità per la politica monetaria alla Banca centrale europea, gran parte dei governi ha sollevato una forte resistenza contro qualsiasi trasferimento di sovranità. Nel 2005 un timido tentativo di incentivare l’integrazione politica adottando un trattato costituzionale è stato sconfitto da un referendum popolare tenutosi in Francia e in Olanda.

Quindi, contrariamente alle aspettative, le cose hanno smesso di evolversi. Poco dopo l’introduzione dell’euro nel 1999 divenne chiaro come lo scenario auspicato dagli architetti della moneta comune non si sarebbe realizzato. Tutti accettarono, se pur a denti stretti, che l’UME ridotta all’osso sarebbe stata l’unica nel suo genere.

Ora, invece, ciò che non è accaduto attraverso una tranquilla evoluzione ha iniziato a verificarsi attraverso la crisi. Dal 2009 gli europei si avvalgono di un sistema di gestione e risoluzione della crisi che all’inizio si erano persino rifiutati di discutere. Al contempo, i governi, sotto l’implacabile pressione dei mercati dei bond, stanno introducendo riforme per il mercato reale e per il mercato del lavoro che solo poco tempo prima avevano considerato politicamente inconcepibili.

Ma i mercati dei bond vogliono di più. Le domande che fanno insistentemente ogni giorno che passa richiedono delle risposte. Gli europei saranno d’accordo nel condividere parte del costo della crisi? I creditori della Grecia (perlopiù coloro che risiedono nell’Eurozona) si sono già fatti carico di parte del peso debitorio accettando un “haircut” sui propri asset. Se però un altro Paese si trovasse nell’impossibilità di sostenere il costo fiscale della crisi, questi passerebbe la patata bollente ai suoi creditori esterni in un modo o nell’altro?

E oltre ai trasferimenti, gli europei, o alcuni di essi, converranno sulla creazione di un’unione bancaria (ovvero sull’europeizzazione della supervisione bancaria, sull’assicurazione sui depositi e sulla risoluzione della crisi)? Saranno d’accordo nel mettere in comune le entrate fiscali in modo tale che le istituzioni a livello Ue possano verosimilmente farsi carico della stabilità finanziaria?

Queste domande sono vitali per il futuro della moneta unica europea. Per quanto contrariati, i leader europei devono rassegnarsi all’idea di dare delle risposte, e senza troppo indugi.

L’ironia storica è che un ambiente di crisi sta spingendo gli europei a fare delle scelte che non avrebbero neanche contemplato in tempi più tranquilli. La crisi del debito greco li ha indotti a creare un meccanismo di assistenza. La crisi spagnola potrebbe spingerli a creare un’unione bancaria. E la minaccia dell’uscita della Grecia dall’euro potrebbe indurli a decidere quanto siano disposti ad abbracciare un’unione fiscale radicale.

Per molti, i recenti eventi segnano l’inizio della fine per l’ardita creazione degli architetti dell’euro. A seconda di come gli europei risponderanno a queste domande, le crisi odierne potrebbero essere ricordate un giorno come la fine dell’inizio.

Traduzione di Simona Polverino

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  1. CommentedProcyon Mukherjee

    The doubt never waned on the other side of the Atlantic that Euro could die a pre-mature death, articles were galore on this topic right from the beginning. I particularly remember one in the National Geographic in the late eighties (rather capricious to have euro dedicated to the natural calamities), where Euro was favored to close at far less than the dollar in valuation; it just happened the other way.

    In the treatise 'This time is different', there are many examples devoted to the challenging times that european economies had gone through (including failures of economies as large as Spain, Italy, Austria when they were not even united monetarily), but times could be reversed. There is no doubt that Europe will prove the skeptics wrong this time again; after all monetary union has its advantages and the polity will always take the right course that is best amongst the available options.

    Procyon Mukherjee

  2. CommentedZsolt Hermann

    Thank you for the excellent review article.
    Indeed the initial plan backfired, and I cannot really understand the thought behind it except if we apply the usual American expression, "Kicking the can", hoping that things will somehow turn into happy ending, but nobody wanted to deal with the politically sensitive issue of further integration at the beginning.
    But we cannot build a house in a way that we built the top of the house without walls and foundation, thus it is not surprising that the top, a superficial financial union is falling apart.
    Unfortunately so far in human history we always made the next step, the next stage of our evolution when the present state has become intolerable, that we had no choice of staying put but we had to move on through blows and suffering.
    Today we are approaching a similar state not only in Europe but all over the world. It is clear that our present civilization, the whole socio-economic system based on an illusion of constant growth, and excessive overproduction, beyond our means and necessities is unsustainable and now entered a self destructing phase.
    We can also see that immediately as the chaotic state appears far right and far left forces started to emerge on populist, nationalistic promises.
    We still have a choice before we enter an inevitable volatile, unpredictable state but for that we have to make the difficult choice the "European forefathers" failed to make, to initiate and achieve the required full integration that would adjust us to the global, integral and interdependent conditions we evolved into.
    And in order to do that without backlash, demonstrations, riots and even more far left and far right, present leaders and public opinion formers have to start a global, integral education program through mass media, explaining the nature and laws of this global integral human system to each and every human being in an open, transparent and scientific manner, so they could make an informed, free and open decision about joining the new fully integrated, supra-national system after understanding that it is in their bast interest to support the interconnected network in order to achieve individual prosperity and future.
    We had enough experiments with forced, tricked social, and economical systems, it is time we create something mutually, willingly out of free choice not only by a small minority, but all of us together.

  3. CommentedHamid Rizvi

    Even, if by some unfathomable means Greece is able or better enabled to pull itself out of the fine mess it finds itself in there are others waiting in the wings to be bailed out.

    You have a team in which each member has its own play book, devices it's own plays and strategy with a common goal of winning and remaining a team.

    Dis-similar, systems brought togather as a matter of convenience. In haste people forgot to ask what if and everyone went along the merry way.

    It's a system built to fail. How ironic!

  4. CommentedWilliam Wallace

    Granted the crisis is forcing European leaders to get serious about the EU and the implications on policy of a common currency. Yet this is against a rising tide of public opinion that now questions the euro altogether.

    Europe may never see a charismatic leader capable of inspiring with a compelling vision of the benefits of gradual political union, and the perceived "democracy deficit" grows. Brussels and the EU are increasingly targeted as the cause of all ills, much as the Republican Party's attacks on the federal government have eroded faith in US institutions.

    At the very least - and this is hoping for much - the steady drumbeat of us vs them, North vs South name-calling needs to be calmed. Playing to national stereotypes and identifying economic problems as the result of the moral failure of others, as is often the case today, is steadily eroding the ability of Europeans to envision a rationale for union.

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