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Piccoli passi e grandi balzi per l’Europa

BRUXELLES – Il mondo si aspettava che il summit franco-tedesco della scorsa settimana desse il via libera agli Eurobond; e invece l’Eurogruppo ha puntato sulla creazione di un governo economico. Secondo il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy, il grande balzo in avanti verso la creazione degli Eurobond potrebbe rappresentare il culmine di questo processo, ma l’agenda prevede per il momento solo piccoli passi. Ora la domanda è se questo tipo di politica abbia o meno un senso.

Per rispondere dobbiamo fare un piccolo passo indietro. Fino a quest’estate, la crisi del debito sovrano era circoscritta a tre piccoli paesi, Grecia, Irlanda e Portogallo. La Spagna era riuscita a limitare di circa due punti percentuali lo spread tra i propri tassi di interesse e quelli tedeschi.

A metà luglio i costi di indebitamento relativi a Spagna e Italia erano, tuttavia, pari al 4 per cento, mentre le condizioni di credito della Francia stavano rapidamente peggiorando. Lo spetto di una crisi su vasta scala aleggiava sui mercati, ma l’Eurozona non era pronta a fronteggiare tale situazione. Il Fondo europeo salva-Stati, European Financial Stability Facility (Efsf), istituito nel 2010, aveva una capacità di prestito pari all’incirca a 300 miliardi di euro – una bella cifra per i paesi periferici, ma una somma troppo esigua per soccorrere la sola Spagna. Il disastro era alle porte.

Il 21 luglio i leader europei hanno tentato, con un certo ritardo, di correggere tale vulnerabilità aumentando la capacità dell’Efsf per consentire al fondo di contrastare il crescente rischio spagnolo e italiano. Se da un lato l’Efsf non è adeguato a contrastare contemporaneamente le crisi di Spagna e Italia, dall’altro è stato autorizzato a prevenire tali crisi – o lo sarà una volta che i parlamenti nazionali ratificheranno l’accordo raggiunto il 21 luglio – intervenendo sui mercati secondari del debito per ridurre gli spread dei tassi di interesse sui titoli di stato nazionali. Nel frattempo la Banca centrale europea fa le veci dell’Efsf, riscuotendo, a dire il vero, anche un certo successo: le tensioni sui mercati si sono attenuate notevolmente da quando la Bce ha iniziato ad acquistare obbligazioni l’8 agosto.

Questa risposta si basa sull’ipotesi secondo cui, diversamente dalla crisi greca, che rappresenta un puro caso di insolvenza, la crisi spagnola e quella italiana sarebbero principalmente riconducili ad una speculazione finanziaria. I mercati sono quindi guidati da timori infondati che si ripercuotono negativamente sulle condizioni di prestito.

In questi casi, interventi mirati e credibili dovrebbero bastare a frenare il trend, ma non vi sono garanzie. In mancanza di interventi, portare il fondo a 1000 o 1500 miliardi di euro non avrebbe senso, dal momento che si innescherebbe un dannoso effetto domino: la crisi spagnola colpirebbe l’Italia, la crisi italiana si ripercuoterebbe sulla Francia e la crisi francese lascerebbe praticamente la Germania nella posizione di unico garante di un insostenibile peso debitorio.

Emettere Eurobond vorrebbe dire sostituire l’attuale strategia dell’Eurozona del tipo “ognuno pensi per sé” con una strategia basata sul principio “tutti per uno e uno per tutti”, che permetterebbe ai paesi dell’euro di contrarre prestiti congiunti. Ogni Stato membro trarrebbe giovamento dalla garanzia di tutti i partner, e a contare sarebbe solo la situazione complessiva dell’Eurozona, che è significativamente migliore di quella degli Stati Uniti, del Giappone e del Regno Unito.

L’idea è allettante, ma bisogna riconoscere che, a fronte di una garanzia congiunta, tutti i contribuenti europei sarebbero chiamati a soccorrere un partner debitore in default. Questo accordo è impensabile senza una controparte estremamente robusta, ad esempio senza un’attenta disamina dei bilanci nazionali. In pratica, ogni paese dovrebbe scegliere tra revocare la legge finanziaria adottata dal proprio parlamento ma rifiutata dai partner dell’Eurozona e perdere la garanzia congiunta.

Le decisioni di questo tipo non possono essere lasciate a una commissione di tecnocrati o a una conclave di ministri; dovrebbero essere prese da un organismo con legittimità democratica analoga a quella di un parlamento nazionale. L’emissione di Eurobond implica quindi la creazione di un sistema federale di governo che sia riconosciuto come tale dagli stati e dalle popolazioni europee.

Merkel e Sarkozy trovano certamente poco allettante questa prospettiva. Ma la loro proposta potrebbe in pratica dividersi in due atti. Nel breve periodo, sostenere la governance europea, nominando Hermann Van Rompuy presidente permanente dell’Eurozona trasmette un segnale di coesione dell’area, destinato a tranquillizzare i mercati e a sostenere la strategia adottata il 21 luglio. Ma se questo non bastasse e servisse un approccio più ambizioso, la presenza di una struttura di governance, o almeno le basi di un governo comune, sarebbero il primo pilastro di una macchina istituzionale più elaborata.

Con un pizzico di fortuna, il primo atto sarà sufficiente, perché il secondo potrebbe essere politicamente inaccettabile. Ma la decisione spetta solo in parte ai Governi stessi. Dallo scoppio della crisi, i Governi sono stati sistematicamente trascinati dagli eventi nelle scelte volte a spingere l’integrazione europea oltre i limiti inizialmente previsti. Forse, in un futuro non troppo distante, questi piccoli passi per l’Eurozona si tradurranno in un grande balzo in avanti per tutta l’Europa.     

Jean Pisani-Ferry è direttore di Bruegel, un think tank economico internazionale, professore di economia all’Université Paris-Dauphine e membro del Consiglio di analisi economica del Primo ministro francese.

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