Friday, August 1, 2014
Exit from comment view mode. Click to hide this space
5

L’erronea ricerca di crescita dell’Europa

BRUXELLES – Qualche mese fa, 25 dei 27 stati membri dell’Unione europea hanno firmato un trattato in cui si sono impegnati a rispettare dei severi limiti di deficit a livello nazionale. Questa “intesa fiscale” è stata la condizione fondamentale affinché la Germania approvasse un aumento sostanziale del finanziamento ai fondi di salvataggio dell’eurozona e affinché la Banca Centrale Europea portasse avanti la sua “operazione di rifinanziamento a lungo termine” (LTRO) di 1 trilione di euro, essenziale per la stabilizzazione dei mercati.

Oggi l’attenzione dell’eurozona si è tuttavia spostata sulla crescita. Si tratta di uno schema ricorrente all’interno delle politiche europee: l’austerità viene indicata e difesa come pre-requisito necessario per la crescita, ma poi, con l’incalzare della recessione, è la crescita stessa a diventare il pre-requisito di un’austerità a lungo termine.

Circa quindici anni fa, l’Europa ha attraversato un ciclo simile. All’inizio degli anni ’90, nella fase di delineazione dell’Unione Monetaria Europea (UEM), la Germania voleva a tutti costi il ”Patto di Stabilità” come prezzo per abbandonare il marco tedesco. Con la caduta in recessione dell’Europa nel 1995, l’attenzione è poi passata alla crescita trasformando il “Patto di Stabilità” in “Patto di Stabilità e Crescita” con l’adozione, nel 1997, della risoluzione su crescita e occupazione da parte del Consiglio europeo.

Il bisogno di crescita oggi è forte tanto quanto quindici anni fa. In Spagna, la percentuale del tasso di disoccupazione di quel periodo era molto simile a quella attuale, mentre in Italia era più alta nel 1996 rispetto ad oggi. Anche da un punto di vista politico il background è simile. La “C” di crescita era stata infatti inserita nel PSC inizialmente dietro la spinta della nuova amministrazione francese (al tempo di Jacques Chirac). E anche nel contesto attuale, è stata la Francia a dare l’impulso per uno spostamento di focalizzazione verso la crescita.

La decisione di dare alla crescita priorità politica è indiscutibile (dopotutto chi potrebbe essere contrario?). Ma la vera questione è: cosa può fare l’Europa per promuovere la crescita? Purtroppo la risposta sincera è molto poco.

I fattori chiave di una strategia di crescita, oggetto di discussione dei leader europei in questi giorni, sono essenzialmente gli stessi del 1996-97, ovvero le riforme del mercato del lavoro, il rafforzamento del mercato interno, nuovi fondi a favore della Banca Europea degli Investimenti (BEI) per prestiti alle piccole e medie imprese (PMI) e più risorse per le infrastrutture di investimento negli stati membri più poveri. Gli ultimi due elementi sono oggetto di particolare attenzione in quanto implicano una spesa maggiore.

Ma anche le circostanze sono decisamente diverse nel contesto attuale. Il modello di business della BEI dovrebbe essere totalmente modificato per poter promuovere la crescita in quanto, in base alle procedure attuali, può elargire prestiti solo con garanzia statale, mentre i debiti sovrani dei paesi dell’Europa del sud, in seria difficoltà fiscale, non possono permettersi un peso ulteriore. Inoltre, contrariamente a un diffuso luogo comune, la BEI non può elargire prestiti direttamente alle PMI, ma può invece solo finanziare le grandi banche affinché queste possano a loro volta concedere i prestiti alle PMI locali. Ma la BCE lo sta già facendo con i prestiti LTRO su base triennale.

Si parla addirittura di un nuovo “Piano Marshall” per l’Europa del sud. Quindici anni fa la necessità di migliori infrastrutture era decisamente evidente. Ma, da allora, i paesi del sud hanno vissuto un decennio di importanti investimenti a livello infrastrutturale pari a più del 3% del PIL in Spagna, Grecia e Portogallo.

Di conseguenza, gran parte dei paesi del sud dell’UE dispone oggi di un buon livello di infrastrutture. Ed infatti avrebbe più senso direzionare gli investimenti infrastrutturali verso la Germania dove la spesa sulle infrastrutture è stata molto ridotta per circa un decennio (solo l’1,6% del PIL, ovvero la metà del tasso spagnolo). Ecco perché le famose Autobahn tedesche sono oggi, notoriamente, congestionate.

Ma in un paese come la Germania in cui il governo può reperire i fondi necessari ad un costo reale negativo, non c’è bisogno dei fondi europei per finanziare le infrastrutture. Ai tassi attuali, il governo tedesco dovrebbe essere in grado di individuare una serie di progetti d’investimento con un tasso sociale di profitto positivo. Dato che la Germania è molto vicina all’occupazione piena, una spesa maggiore sulle infrastrutture potrebbe assorbire gli investimenti (e attrarre operai edili spagnoli disoccupati), dando un contributo al processo di riequilibrio tanto necessario all’interno dell’eurozona.

Purtroppo è difficile che ciò avvenga dato che la spesa relativa alle infrastrutture si scontra duramente con l’opposizione popolare. Questa voce di spesa è infatti decisa a livello locale e regionale dove l’opposizione della società civile nei confronti dei grandi progetti è forte (ci sono voluti più di 20 anni, ad esempio, per la modernizzazione della stazione ferroviaria di Stoccarda).

La forte spinta a “fare qualcosa” sta portando i policymaker europei a dipendere dai pochi strumenti con i quali l’UE sostiene di promuovere la crescita. Ma dovrebbero invece riconoscere che l’attuale crisi della crescita è diversa. Il giusto antidoto non dovrebbe essere una politica di austerità unita ad un Piano Marshall per il sud, ma piuttosto un piano di austerità a lungo termine assieme alle riforme del mercato del lavoro nel sud e nuovi investimenti nel settore delle infrastrutture in Germania e in altri paesi AAA come i Paesi Bassi.

Delle riforme importanti nel settore dei servizi in Germania aiuterebbero anche a sbloccare la produttività del paese e ad aprire i suoi mercati alle esportazioni dai paesi dell’Europa del sud. In questo modo, il sud avrebbe la possibilità di dare lavoro alla sua classe di giovani istruiti la cui unica scelta al momento è tra la disoccupazione e l’emigrazione.

Traduzione di Marzia Pecorari

Exit from comment view mode. Click to hide this space
Hide Comments Hide Comments Read Comments (5)

Please login or register to post a comment

  1. CommentedAndré Rebentisch

    Another option would be a general strengthening of EU competition law, as you know Sarkozy blocked an earlier EU treaty reform in this respect. Strengthening competition enforcement would add the stick to the carrots. "Too big too fail" implies "sizing it down" by regulatory intervention to make it suitable for the single market.

  2. CommentedOliver R

    Although it is of course right to aim for growth, many of the policy prescriptions being mooted, such as those you mentioned in your article are supply side reforms which would raise the long run growth rate but have little or not effect on growth today.
    Unfortunately, growth today is exactly what is needed. Economies right across Europe are being choked by the misguided drive for austerity, spearheaded by the German Chancellor Mrs Merkel. This is simply sending economies into a tail spin, with lower growth leading to lower tax receipts, higher spending on unemployment benefits, and lower investment. This makes it even harder to reduce the budget deficit.
    To go for growth in the short term, the pace of fiscal tightening must be lessened. Northern countries must be prepared to fund extra investment in the struggling south; infrastructure investment for example has a large multiplier effect and would have an immediate impact on growth.
    It is all very well talking about growth in the long term, but unless we get growth today there may be no long term, if European countries buckle under the strain of austerity and the Euro collapses.

  3. CommentedJohn Doe

    Mr. Gros has no idea what he is talking about, until he gets to the last when he mentions "services exports."

    There is a very simple reason that the West, Europe and the United States, are screwed. They are for the most part service economies and services cannot be exported. Not in a 1000 years will the Chinese let American trial lawyers into their Courts, yet who is better positioned to assure the rule of law will protect business and property rights.

    The world stupidly bought "international trade," never realizing that over time trade destroys. Why, because with trade comes irresistible pressure to move closer to the action (look at the pressure on firms to move everything to China).

    If Europe wants prosperity, the answer is simple. Close your ports and borders to imported goods and products, including even oil

  4. CommentedPaul A. Myers

    So we have a long-term refinancing operation (LTRO), essentially a monetary policy technique which has had some success.

    Therefore, why don't we have a E1 trillion "long-term fiscal operation" (LTFO) as a companion initiative. Since we don't need infrastructure (so the expert says), then we could spend 1 trillion euros on skill-building programs for young people and older people needing re-training. A better target would be to have an overall goal of spending on projects that would enhance future overall international competitive advantages. The idea is to create new economic money in the future, not this constantly reshuffling of bank paper.

    Let's call this Operation Fiscal Twist: spend short and reform long. In return for short term spending, national governments would pass (not "commit to") legislation reforming labor markets, entitlements, and taxes to generate budget resources to repay the spending. Pass the laws, collect the money.

    The people who are going to loan Europe money now want to see the enhanced economic prospects that will permit future repayment, not a balanced budget next year.

  5. CommentedZsolt Hermann

    We do not have historical precedence for our present situation.
    First of all we cannot talk about a "European problem" as today's economy and financial institutions, labour markets, consumer markets and manufacturing are all global, any change whether it is positive or negative is affecting us all.
    Besides the main problem is that we keep repeating the mantra of "we need growth, we need growth..." but it has become like a religious exercise without any meaningful suggestions how to actually achieve it.
    And with good reason: we have run out of steam, the constant growth, expansive machinery has exhausted itself, it was always going to happen since it was established on unnatural foundations, creating an artificial "hyper" production, consumption dream creating products we simply do not need and are mostly harmful.
    Humanity has to return to a natural, necessity and resource based lifestyle adjusted to the comfortable, healthy way of life of the 21st century.

Featured