BRUXELLES – Puoi sempre fidarti degli americani, disse Wiston Churchill, perché alla fine, dopo aver esaurito ogni altra possibilità, faranno sempre la cosa più giusta. Durante gli ultimi 18 mesi, l’Europa ha seguito questo stesso metodo per far fronte alla crisi del suo debito sovrano: ha preso le decisioni necessarie, ma sempre come ultima spiaggia.
Ancora una volta, il 21 Luglio, i leader dell’euro-zona hanno dichiarato che quanto prima era inconcepibile era, di fatto, necessario. Hanno messo da parte il pretesto della solvibilità della Grecia; ammesso che tassi d’interesse troppo alti non potevano che aggravare il problema; accettato di concedere più prestiti a più lunga scadenza; chiesto agli investitori privati di farsi carico di parte degli oneri; garantito che anche se i buoni del tesoro greci venissero considerati in default selettivo, le banche greche non verrebbero private di liquidità; riconosciuto la necessità di dar supporto alla crescita economica; e acconsentito ad ampliare il raggio d’azione dell’European Financial Stability Facility (EFSF – Ente per la Stabilità Finanziaria Europea), rendendolo uno strumento la cui applicabilità è molto più flessibile.
Per la Germania, la Francia, la Banca Centrale Europea, ed altri attori, questi voltafaccia hanno un costo in termini di reputazione, capitale politico e libertà d’azione da un punto di vista legale. Le decisioni di luglio sono sufficientemente varie da permettere a tutti di rivendicare il successo delle proprie posizioni. I protagonisti però dovranno spiegare perché le “linee rosse” sono state sorpassate. Tutti, senza ombra di dubbio, affermeranno che questa è stata l’ultima volta.
È vero? Gli ultimi tabù sono stati infranti? O presto ci sarà bisogno di un altro summit anti-crisi con misure e smentite ancora più audaci?
Nel caso della Grecia, c’è una vera novità. Invece di un’equazione senza soluzione, i leader europei ne hanno studiata un’altra, che sembra essere risolvibile. Decidendo di fornire prestiti più economici e accettando una riduzione del debito, hanno iniziato a ridurre il fardello greco. Sfortunatamente, il bail-in degli investitori privati è troppo poco e non impedisce l’eventualità che il settore ufficiale debba sopportare il costo di future riduzioni del debito. Ma almeno il tabù della ristrutturazione del debito privata, sospeso nelle discussioni per mesi, è stato infranto.
Una riduzione del debito pubblico non renderà le compagnie greche più competitive né creerà più posti di lavoro per i disoccupati – anche se aiuterà. Per molti, affinché la Grecia si riprenda, sarà necessario rompere il vero tabù dell’euro e reintrodurre una valuta nazionale.
La conseguenza certa di una tale scelta sarebbe una svalutazione immediata, molto più pesante di quanto necessario per risanare la competitività. Quando l’Argentina ruppe il proprio ancoraggio al dollaro nel 2002, il Peso perse quattro-quinti del suo valore.
Ma i crediti finanziari in Grecia sono denominati in euro. Una conversione forzata distruggerebbe molto del valore dei risparmi, e le conseguenti discrepanze valutarie scatenerebbero un’onda di bancarotte (in Grecia o nel resto dell’Eurozona, a seconda dei termini esatti della conversione). Anche prima dello shock in sé, i risparmiatori correrebbero a spostare i propri investimenti con un conseguente bank run, che farebbe collassare il sistema finanziario.
Inoltre, invece di essere rafforzata da una mossa del genere, il resto dell’Eurozona ne risulterebbe indebolita poiché gli speculatori inizierebbero a testare il vero valore dell’euro tedesco, francese o portoghese. Tutto ciò fa capire perché è preferibile un aggiustamento all’interno della zona euro, nonostante le difficoltà che lo accompagnano ed il costo che potrebbe comportare.
Per l’Eurozona nel suo insieme, le misure annunciate a luglio non dissipano le preoccupazioni circa altri Paesi, in particolare l’Italia e la Spagna. Uno dei punti di debolezza più importante messo in luce negli ultimi mesi è il legame tra le crisi bancarie e le crisi del debito sovrano.
In Grecia, la posizione fiscale instabile è una minaccia per le banche, il cui portafoglio di titoli di stato è il doppio della taglia del loro capitale. La stessa paura pervade l’Italia. In Irlanda, sono state le perdite bancarie che hanno messo il governo in ginocchio. Il governo spagnolo è stato indebolito per la stessa regione. A prescindere da quale partito sia al potere, la logica è la stessa: stati finanziariamente precari indeboliscono le banche, a causa del valore in caduta dei titoli di stato, mentre le banche sotto pressione indeboliscono gli stati, a causa della previsione dei costi di salvataggio che dovranno sopportare.
Questo circolo vizioso risulta dal rifiuto di diversificare e condividere i rischi. Negli Stati Uniti, le banche registrate a Delaware non sentono alcun obbligo di detenere bonds dello stato. Ed è il governo federale a Washington, DC, non lo stato di New York, che è responsabile di supportare Wall Street nel caso in cui rischi di fallire. Ciò non elimina tutti i rischi ma li distribuisce; implica inoltre che, per affrontare una tempesta finanziaria, la Banca Centrale possa essere chiamata in causa.
L’Europa non è uno stato federale, ma si migliorerebbe di molto la capacità di ripresa della zona euro se i fondi interbancari per tutelare i depositi fossero condivisi – cosa che comporterebbe cambiamenti nelle modalità di supervisione bancaria – e se le banche diversificassero i loro pacchetti di obbligazioni statali in modo da renderli rappresentativi dell’intera zona euro (attraverso gli Eurobond, per esempio).
L’Europa ha iniziato a muoversi con circospezione in questa direzione allargando il raggio d’azione del suo Ente per la stabilità finanziaria. Ma la condivisione dei rischi è ancora un tabù. Non è chiaro se questo tabù rimarrà intatto fino alla fine della crisi.


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