Tuesday, September 2, 2014
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La scelta di Erdoğan

ISTANBUL – “La democrazia turca è a un punto di svolta” ha annunciato il Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan dopo aver vinto un voto importante nel referendum sulle modifiche alla costituzione della Turchia. “Stiamo sostenendo un esame importante.”

Erdoğan ha ragione, ma chi deve passare l’esame in realtà è lui. Se da un lato la vittoria del referendum lo spinge, insieme ai suoi alleati, a migliorare le tattiche di espedienti giudiziari e manipolazione dei media, utilizzate con grande efficacia negli ultimi anni, dall’altro le prospettive della Turchia sono tetre. Il paese si ripiegherà sempre più nel suo autoritarismo, le divisioni politiche diventeranno sempre più inconciliabili fino a sfociare in un’inevitabile rottura politica.

Troppe poche persone in Europa e Stati Uniti riescono a comprendere fino a che punto il governo di Erdoğan sia riuscito a minare il governo del diritto e le libertà fondamentali, e tutto all’insegna del “conseguimento della democrazia in Turchia”. I procuratori hanno montato una serie di processi fittizi accusando centinaia di militari, accademici e giornalisti di far parte di un’organizzazione terroristica armata con l’obiettivo di far cadere il governo Erdoğan. In un processo distinto ma collegato, sono state usate delle prove fittizie per accusare circa 200 militari, attivisti pensionati, di pianificare un colpo di stato nel 2003, all’inizio del governo Erdoğan.

Erdoğan ed i suoi ministri hanno guidato questi processi. I loro sostenitori all’interno dei media hanno puntato sulla disinformazione, facendo trapelare intercettazioni a discredito e imbarazzo degli imputati. Nel frattempo, il più grande gruppo indipendente mediatico è stato messo in ginocchio da una serie di multe consistenti su motivazione politica.

La strategia di Erdoğan si è basata sul creare frenesia intorno a questi casi per consolidare la sue fondamenta tradizionali religiose/conservatrici, ma anche per ottenere il sostegno dei liberali del paese. I processi gli hanno dato la possibilità di assumere il ruolo di protettore della democrazia turca contro i cospiratori, presumibilmente ancora ben radicati tra i militari ed i laici.

I processi comportano imputazioni lunghe migliaia di pagine con allegati che potrebbero riempire interi scaffali. Questo, assieme alla disinformazione dei media, hanno reso difficile agli esterni studiare i casi e separare i fatti dalla finzione. Ma analizzando i dettagli dei processi, emerge uno scenario scioccante: alcune delle prove chiave dei casi sono state evidentemente piazzate, mentre gran parte dei documenti restanti risulta per lo più circostanziale.

Ad esempio, il presunto complotto del colpo di stato del 2003 sembra sia stato scoperto quando i CD che contenevano i dettagli sui preparativi del colpo (tra cui le squadre di assassini ed i piani di bombardamento contro due moschee) sono stati spediti ad un giornale virulentemente anti-militare. Delle centinaia di funzionari senior in servizio al tempo, nessuno ha ammesso di essere stato a conoscenza di questi piani.

E’ ovvia la volontà di molti anni dopo, non comunque precedente al 2008, di accusare i militari di essere gli autori di quei documenti. Oltre a una serie di importanti contraddizioni interne e di inconsistenze, i documenti relativi al colpo di stato sono pieni di riferimenti ad entità che neppure esistevano nel 2003 ed a sviluppi che si sono verificati diversi anni dopo.

I procuratori hanno mostrato poco interesse verso queste discrepanze, e si sono invece concentrati a mandare in carcere i presunti cospiratori (e lasciarceli) ancor prima dell’inizio dei processi. Erdoğan ha gettato benzina sul fuoco affermando che al tempo sarebbe stato a conoscenza di questi piani, ma che li avrebbe sottovalutati.

Un libro sensazionale, pubblicato poco prima del referendum sulla costituzione, fa luce su chi si nasconde dietro a queste macchinazioni, e afferma che i seguaci di Fethullah Gulen, l’influente leader spirituale che risiede negli USA, abbiano effettivamente strappato il controllo alla polizia nazionale ed a gran parte della magistratura.

Il movimento Gulen è indipendente dal partito Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdoğan, ma i due sono stati per lungo tempo alleati stretti, e sono ora arrivati ad una forma di stato nello stato che sfrutta mezzi al di fuori della legalità tra cui intercettazioni illegali e prove fittizie per andare contro chi viene percepito come un oppositore.

Le accuse contro il movimento Gulen non sono una novità in Turchia, ma ciò che ha reso il libro una bomba è che l’autore è un distinto capo della polizia, noto per il so coraggio e la sua incorruttibilità, ma anche per essere vicino ai gulenisti ed al governo Erdoğan. Non simpatizzante dell’esercito, ha perseguito militari disonesti in una famosa indagine di diversi anni fa.

Non può pertanto essere accusato di nutrire simpatie ultra-laiche o ultra-nazionaliste. Questo, insieme alla sua conoscenza interna del lavoro della polizia e dei procuratori danno alle sue rivelazioni una credibilità che è sempre mancata in qualsiasi altro resoconto precedente.

E’ significativo che il capo della polizia sia andato dai suoi superiori, membri del governo, prima della pubblicazione del libro facendo personalmente appello ad un ministro. Ma il governo si è rifiutato di fare delle indagini, e non ha portato avanti alcuna azione dopo aver ricevuto le informazioni.

La spiegazione più benevola è che tutto questo sia una conseguenza della lunga storia di persecuzioni subite dallo stesso AKP da parte della vecchia guardia di militari e laici. Sin dall’inizio l’AKP è stato minacciato di essere bandito ed Erdoğan è stato addirittura arrestato per aver recitato un poema con un linguaggio simbolico religioso. Forse gli espedienti messi in atto rappresentano in gran parte una difesa per assicurarsi che la vecchia guardia non possa più minacciare l’esistenza all’AKP.

Se così fosse, il risultato del referendum dovrebbe convincere Erdoğan che l’equilibrio del potere nel paese è migliorato e che i giorni delle tattiche del pugno di ferro portate avanti dall’establishment laico sono finiti per sempre. Questa è un’opportunità per il Primo Ministro ed i suoi alleati di distanziarsi dalle violazioni volgari a danno del governo del diritto e per costruire la democrazia alla quale dicono di aspirare come principale obiettivo.

Un passo importante sarebbe quello di ristabilire la fiducia nell’integrità e nell’indipendenza della magistratura e della polizia. Le modifiche apportate alla costituzione ampliano la corte costituzionale ed il consiglio supremo dei giudici e dei procuratori. Per passare l’esame, il governo dovrebbe usare i suoi nuovi poteri per nominare, all’interno di queste istituzioni, membri imparziali e largamente rispettati invece di satrapi dissolutivi.

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