Thursday, October 23, 2014
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Come migliorare il lavoro sullo sviluppo

CAMBRIDGE – Vista la tradizione di lunga data che rende la selezione una prerogativa americana, la nomina di Jim Yong Kim come presidente della Banca Mondiale potrà anche essere stata prevedibile. Ma anche solo la parvenza di competizione tra Kim e gli altri candidati, Ngozi Okonjo-Iweala e José Antonio Ocampo, è servita a rendere evidente un’incrinatura nel campo della politica per lo sviluppo dettata dalla differenza di approccio da parte di Kim e dei suoi due rivali.

Kim sostiene una prospettiva dal basso verso l’alto e direttamente focalizzata sui poveri e sui servizi per le loro comunità, come istruzione, salute e microcredito. L’espressione “lo sviluppo si raggiunge con un progetto alla volta” potrebbe riassumere il motto di questa politica.

La posizione rappresentata invece da Okonjo-Iweala e Ocampo abbraccia un approccio economico ad ampio spettro con un’enfasi particolare su ampie riforme che possano avere un impatto sul contesto economico generale e una focalizzazione su aree come il commercio internazionale, la finanza, la macroeconomia e la governance.

I professionisti del primo gruppo idolatrano i leader delle ONG come Mohammad Yunus, che ha introdotto per la prima volta la microfinanza tramite la sua Grameen Bank, ed Ela Bhatt, fondatrice dell’Associazione delle Donne Auto-Impiegate (SEWA). Gli eroi del secondo gruppo sono invece riformisti della finanza o ministri dell’economia come l’indiano Manmohan Singh o il brasiliano Fernando Henrique Cardoso.

A prima vista, questa differenza potrebbe sembrare l’ennesima disputa tra economisti e non economisti, ma la frattura si trova all’interno piuttosto che tra i confini disciplinari. Il lavoro recente sugli esperimenti sul campo e i trial con controllo randomizzato (randomized controlled trials - RCT), che sono diventati molto popolari tra gli economisti dello sviluppo, fanno parte, ad esempio, della tradizione della politica di sviluppo dal basso verso l’alto.

Non è facile determinare la relativa efficacia delle due prospettive. I sostenitori dell’approccio macro sottolineano che i successi dello sviluppo sono il prodotto di riforme economiche ad ampio spettro. La forte riduzione della povertà in Cina nel giro di qualche decennio, così come in altri paesi dell’Asia orientale come la Corea del Sud e Taiwan, è dipesa in gran parte dal miglioramento della gestione economica (per quanto anche gli investimenti precedenti nel campo dell’istruzione e della sanità abbiano contribuito). Sono state le riforme sugli incentivi e sulle disposizioni dei diritti di proprietà, e non i programmi contro la povertà, a rendere possibile il decollo di queste economie.

Il problema è che queste esperienze non sono state sufficientemente istruttive per gli altri paesi. Le riforme in stile asiatico non si diffondono facilmente e ci sono, in ogni caso, importanti controversie sul ruolo di determinate politiche. In particolar modo, è stata la liberalizzazione economica l’aspetto chiave del miracolo asiatico oppure i limiti posti alla liberalizzazione stessa?

Inoltre, la tradizione macroeconomica vacilla tra raccomandazioni specifiche (“definizione di tariffe basse ed uniformi”, “rimozione dei tetti ai tassi di interesse bancari”, “miglioramento del livello di fare business”) che trovano, nella pratica, un sostegno limitato nei vari paesi, e raccomandazioni più ampie che sono prive di un contenuto operativo (“integrazione nel mondo economico”, “ottenimento della stabilità macroeconomica”, “miglioramento delle modalità di implementazione dei contratti”).

Da parte loro, gli specialisti dello sviluppo della prospettiva dal basso verso l’alto possono meritatamente reclamare una serie di successi nel dimostrare l’efficacia dell’istruzione, della sanità pubblica o dei progetti di microcredito in contesti specifici. Ma troppo spesso questi progetti agiscono sui sintomi della povertà piuttosto che sulle cause.

La povertà viene spesso combattuta meglio non aiutando i poveri a migliorare quello che già fanno, ma portandoli a fare qualcosa di completamente diverso. Ciò richiede una diversificazione della produzione, dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione, che necessita in cambio degli interventi politici troppo distanti dai poveri (come modificare la regolamentazione o il valore della moneta).

Inoltre, proprio come con le riforme economiche a livello macroeconomico, esistono dei limiti su quello che si può apprendere dai progetti individuali. Un RCT portato avanti in determinate condizioni non produce indicatori “hard” che i policymaker possono impiegare in altri settori. L’apprendimento richiede un certo grado di estrapolazione nel convertire le sperimentazioni randomizzate da indicatori “hard” ad indicatori “soft”.

La buona notizia è che c’è stato un enorme progresso nella politica dello sviluppo e oltre le differenze dottrinali c’è un certo grado di convergenza, non su ciò che funziona, bensì sulle modalità di concepimento e implementazione della politica dello sviluppo. I risultati migliori del lavoro recente in entrambe le prospettive condividono la predilezione per strategie diagnostiche, pragmatiche, sperimentali e legate al contesto.

La politica dello sviluppo tradizionale è sempre stata incline a seguire le mode, passando da una soluzione ad un’altra. In base a questa modalità lo sviluppo sarebbe quindi limitato prima da un intervento troppo ridotto del governo, poi da un intervento troppo ampio, da un credito limitato, dall’assenza dei diritti di proprietà e così via. Per quanto riguarda il rimedio si passa invece dal sostenere la pianificazione, al sostenere il consenso di Washington, il microcredito o la distribuzione dei titoli terrieri ai poveri.

I nuovi approcci sono, al contrario, agnostici. Riconoscono che non sappiamo ancora quale politica funziona e che i limiti vincolanti posti allo sviluppo tendono ad essere determinati dal contesto. La sperimentazione della politica è una parte centrale del processo di scoperta, insieme al monitoraggio e alla valutazione, per colmare le lacune dell’apprendimento. Gli esperimenti non devono per forza essere del tipo RCT, e infatti la Cina ha senza dubbio imparato dai suoi test senza un vero e proprio gruppo di controllo.

I riformisti che sostengono questo approccio guardano con sospetto le “best practice” ed i progetti universali. Cercano invece delle innovazioni politiche, grandi o piccole, adattate al contesto economico locale e alle complicanze politiche.

Il campo della politica dello sviluppo può e dovrebbe essere riunificato intorno a questi approcci diagnostici e contestuali. Gli economisti del macrosviluppo devono riconoscere i vantaggi dell’approccio sperimentale e adottare la mentalità politica di coloro che sostengono la valutazione randomizzata. Gli economisti del micro sviluppo devono da parte loro riconoscere che si può apprendere da diversi tipi di esperimenti e che mentre le valutazioni randomizzate sono decisamente utili, l’utilità dei loro risultati è spesso limitata dall’ambito ristretto della loro applicazione.

Infine, entrambe le parti dovrebbero dimostrare una maggiore umiltà: i professionisti del macrosviluppo rispetto a quello che già sanno, ed i professionisti del micro sviluppo rispetto a quello che possono imparare.

Traduzione di Marzia Pecorari

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  1. CommentedGabriel Nagy

    My paper calls for effective and efficient local institutional frameworks; more reliable monitoring of local population’s health and wellbeing; and more effective and efficient local government. Only by changing individual by individual, community by community, town by town, and region by region, HUMANITY can change the course forward; a path towards more ‘green’ and sustainable cities. Knowing the final shape and rule of this greener and more sustainable city is hard to predict, we only know there will be no single and definitive model. We do know that better technology, more data, more knowledge and experience, more awareness should allow us to make the necessary changes at the local level and secure a sustainable path. It is at the local level where it matters and where we can make a difference. It is at the local level where adjustments can be easier; where flexibility is the rule. It is at the local level where we can afford to fail without compromising our global existence. A global mistake will be a disaster for all.

  2. CommentedChee-Heong Quah

    Well it sounds complicated but it's nothing more than taking the middle road, which any school student would suggest. I think a Harvard professor should write something more novel, not just for the sake of writing.

    Quah, Chee-Heong

  3. CommentedZsolt Hermann

    I think for a truly working system we need both, we need to start building from bottom up, but at the same time viewing and understanding the whole picture, the principles laws operating in the system, how the intricate details merge together into a single picture, as we learn that we live in a closed, integral, interdependent system.
    But if we have to "choose" between the two approaches, the bottom up approach seems better, because we cannot deliver to those who need it unless we first examine their situation, their true needs and give them what they really need instead of giving them what we think they need.
    Our top down governing approach, treating the public as dummies, trying to pay them off with "circus and bread" to keep them slaves for the profit hoarding is spectacularly collapsing in front of us, thus we need to use the opposite approach building on the public's needs.
    And as we gather all the sparks, details, we continually have to also fit them together into a single, united whole in the mutual human system of the 21st century.

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