Sunday, April 20, 2014
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Sviluppo al contrario

CAMBRIDGE – Non c’è bisogno di trascorrere lunghi periodi nei paesi in via di sviluppo per vedere che le loro economie sono un miscuglio di capacità produttiva ed improduttività, ovvero del cosiddetto primo e del terzo mondo. Nelle aree moderne e più produttive dell’economia, la produttività, sebbene ancora tendenzialmente ridotta, è molto più vicina alle percentuali che si registrano nei paesi avanzati.

Questo “dualismo” è uno dei principi più antichi e basilari dello sviluppo economico, teorizzato in primis negli anni ’50 dall’economista olandese, J.H. Boeke, che fu ispirato dalle sue esperienze in Indonesia. Boeke credeva nella separazione netta tra lo stile capitalista e moderno del sistema economico prevalente in occidente ed il modello pre-capitalista e tradizionale predominante nelle aree al tempo definite come “sottosviluppate”. Sebbene le pratiche industriali moderne si fossero già insinuate nelle società sottosviluppate, secondo l’economista danese sarebbero difficilmente riuscite ad entrare a far parte integrante di queste società e a trasformarle  radicalmente.

Gli economisti contemporanei collegano immediatamente il dualismo economico al premio Nobel Sir W. Arthur Lewis, noto per aver rigirato l’idea di Boeke sostenendo che il passaggio della forza lavoro dall’agricoltura tradizionale all’industria moderna fosse il perno dello sviluppo economico. Per Lewis la coesistenza delle metodologie tradizionali e quelle moderne è ciò che rende possibile lo sviluppo.

Per fare un esempio estremo, la produttività della forza lavoro nel settore minerario in Malawi è pari alla produttività totale dell’economia statunitense. Se il Malawi potesse impiegare tutti i suoi lavoratori nelle miniere, sarebbe ricco tanto quanto gli Stati Uniti! Ovviamente, il settore minerario non è in grado di assorbire un numero così elevato di lavoratori, pertanto la forza lavoro rimanente deve necessariamente cercare un lavoro in settori meno produttivi dell’economia.

La globalizzazione ha sempre più accentuato la natura dualistica delle società in via di sviluppo. Alcuni settori delle loro economie, tra cui le esportazioni, l’alta finanza, ed i grandi magazzini, hanno avuto un aumento consistente di produttività entrando nei mercati globali ed avendo accesso alle tecnologie di frontiera. Altri settori non hanno purtroppo avuto le stesse opportunità, il che ha portato ad un ampliamento del divario con i settori “globalizzati”.

Sebbene questi divari risultino problematici, rappresentano, come sosteneva Lewis, un motore potenziale per la crescita economica. Il trucco sta nell’assicurarsi che la struttura dell’economia venga modificata nel modo giusto passando dai settori a bassa produttività a quelli ad alta produttività. Nelle economie di successo, come la Cina e l’India, la transizione dei lavoratori dall’agricoltura tradizionale al settore manifatturiero ed ai servizi moderni rappresenta una parte sostanziale della crescita di produttività complessiva, proprio come aveva previsto Lewis.

Tuttavia, in molte altre parti del mondo abbiamo osservato negli ultimi decenni un processo di sviluppo raro e non voluto, ovvero un processo di cambiamento strutturale che va nella direzione sbagliata. Le industrie moderne ad alta produttività sono arrivate ad impiegare una quota minima della forza lavoro economica, mentre le attività informali e a bassa produttività si sono allargate. Sin dagli anni ’90, ad esempio, il cambiamento strutturale dei paesi dell’America latina e dell’Africa sub-sahariana ha indebolito piuttosto che incentivato la crescita.

Per contro, gran parte dei paesi asiatici continuano a portare avanti i il modello Lewis. Questa differenza di modelli rispetto al cambiamento strutturale si riflette nella differenza dei tassi di crescita tra America latina ed Africa sub-sahariana da una parte e l’Asia dall’altra.

Questa conclusione sembra in realtà contraddire l’esperienza di paesi come l’Argentina, il Brasile ed il Cile, dove diverse aziende operanti nei settori moderni dell’economia (compresa l’agricoltura non tradizionale) hanno ottenuto una crescita innegabile. Ciò che non si è compreso a fondo è che gran parte di questa crescita è derivata dalla razionalizzazione delle operazioni e dalla modernizzazione tecnologica, e, di conseguenza, a discapito di nuovi posti di lavoro. La produttività complessiva dell’economia non è in realtà sostenuta dalle aziende che diventano produttive riducendo il numero di lavoratori che finiscono per imbarcarsi in attività informali caratterizzate da una produttività di gran lunga inferiore.

La ricerca che ho portato avanti con Maggie McMillan della Tufts University e dell’International Food Policy Research Institute dimostra che i paesi con un forte vantaggio concorrenziale nel campo delle risorse naturali tendono a cadere nella trappola della crescita derivata dalla riduzione dei cambiamenti strutturali. Per questi paesi la globalizzazione rappresenta una benedizione composita. Le industrie operanti nel settore delle risorse naturali ed incentivate dalla globalizzazione hanno una capacità limitata di assorbire l’occupazione al di fuori dei settori tradizionali. La globalizzazione ha pertanto comportato una radicalizzazione del dualismo invece di portare al suo superamento.

Delle politiche adeguate possono comunque essere di sostegno. Una prima lezione è data dall’evitare un collasso prematuro delle industrie concorrenti nel campo delle importazioni, che impiegano un numero consistente di lavoratori, prima che emergano sufficienti opportunità d’impiego in settori industriali più produttivi. I paesi asiatici, ad esempio, hanno avviato un processo di liberalizzazione ai margini (tramite sussidi alle esportazioni o aree economiche speciali), stimolando le industrie dedicate a nuove esportazioni senza limitare gli altri settori.

In secondo luogo, anche il tasso di cambio è importante. Le valute competitive promuovono e proteggono le industrie “tradable” che impiegano un numero consistente di lavoratori. La nostra ricerca ha dimostrato che i paesi con valute competitive tendono ad incentivare la crescita attraverso un cambiamento strutturale.

Infine, anche delle politiche flessibili applicate al mercato del lavoro sembrano essere essenziali. I requisiti legali che aumentano in modo significativo i costi di assunzione e di licenziamento dei lavoratori scoraggiano la creazione di nuovi posti di lavoro nei nuovi settori industriali.

Il cambiamento strutturale non accelera automaticamente lo sviluppo economico. Ha bisogno di una spinta nella direzione giusta, in particolar modo quando un paese detiene un forte vantaggio concorrenziale nel settore delle risorse naturali. La globalizzazione non altera questa realtà soggiacente, ma aumenta i costi dell’implementazione di eventuali politiche sbagliate proprio come aumenta, per contro, i benefici derivati dall’applicazione di politiche adeguate.

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  1. CommentedMoctar Aboubacar

    Agreed. What's more, liberalization 'at the margin' has also provided Asian countries with a sort of testing ground for new policies; it's certainly the case of China and its Special Economic Zones.

    I think though that a danger, particularly in Africa, lies with the complacency of oil producing countries. You have a country like Gabon, where oil exports account for 80% of all exports. in Gabon something like 60% of the population works in agriculture, yet the country imports incredibly high proportions of its food. But plans for boosting the all but absent manufacturing sector and diversifying the economy have only come about in the last 3 or so years.

    What's more, growth in these oil exporting African countries is rather good if one looks only at the numbers. Shortly put there is little incentive to strive for the type of structural change prof. Rodrik talks about. It remains of course to be seen how things will change!

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