Tuesday, September 23, 2014
0

Debito e democrazia

PRINCETON – La crisi del debito sovrano dell’Unione europea costituisce una minaccia fondamentale non solo per l’euro, ma anche per la democrazia e il senso di responsabilità verso i cittadini. Al momento, i guai e i dilemmi di Eurolandia sono confinati in paesi relativamente piccoli, quali Grecia, Irlanda e Ungheria. Ma l’impressione è che questi governi abbiano infranto i principi fondamentali della democrazia.

La presidenza di turno dell’Ue sta per puntare i riflettori su uno di questi paesi. Il timone passa all’Ungheria, che si trova in un momento di intenso dibattito in relazione alla modifica della legge costituzionale e alla repressione della libertà di stampa, messe in atto dal Primo ministro Victor Orbán, nonché a una nuova ondata di timori rispetto alla sostenibilità finanziaria del paese.

L’Ungheria ha numerose ragioni per essere sensibile al tema delle conseguenze politiche del debito. Dopo tutto, il paese detiene ancora il record mondiale di iperinflazione, con una moneta che negli anni 40 si era deprezzata di un valore pari a 1027, così spianando la strada alla dittatura comunista.

I calcoli relativi al debito europeo sono incerti e instabili. Il consolidamento dei conti pubblici nei paesi del Mediterraneo potrebbe quindi funzionare, perché consentirà, a caro prezzo, di tornare ai normali piani di finanziamento. Ma se il nervosismo dei mercati persiste e i tassi di interesse restano alti rispetto ai tassi collegati al debito tedesco, considerato sicuro, il peso debitorio diverrà rapidamente insostenibile. Quindi, potrebbe essere una buona idea per l’Ue preparare un meccanismo che spieghi chiaramente come poter ridurre il debito.

Molti economisti hanno discusso tale circostanza in base a calcoli aritmetici. Ma la Banca centrale europea, per voce soprattutto del membro del comitato esecutivo della Bce, Lorenzo Bini Smaghi, ha elegantemente spiegato le argomentazioni contro la riduzione del debito – una tesi politicamente significativa e profondamente morale. In effetti, il principio di non sottrarsi al debito pubblico è profondamente intrecciato allo sviluppo di sicurezza legale, governo rappresentativo e democrazia moderna.

Sulla scia della Gloriosa Rivoluzione del 1688, quando la Gran Bretagna si rivoltò contro la sprecona dinastia Stuart, il governo britannico adottò un nuovo approccio nei confronti del debito. Il voto sui budget in Parlamento (un’istituzione rappresentativa) garantì che il popolo fosse responsabile degli obblighi sostenuti dai loro governi. Un approccio costituzionale limitava la liberta di spendere in modo dissipato nella sfarzosa vita di corte (e nella rischiosa attività militare), che era stata il segno distintivo della monarchia autocratica nella prima età moderna.

La lezione del 1688 fu confermata dalla successiva ondata rivoluzionaria europea. Nel periodo seguente alla Rivoluzione francese e a Napoleone, la Francia era altamente indebitata, e i regimi rivoluzionari avevano perso credibilità a causa dell’inflazione provocata dall’emissione di banconote (assignat). Dopo che il Congresso di Vienna elesse Luigi XVIII al trono di Francia, i suoi consiglieri discussero sull’eventualità o meno di riconoscere il debito sostenuto da Napoleone. La decisione di non dichiarare l’inadempienza contribuì a garantire la sicurezza legale necessaria affinché l’economia francese si mettesse alla pari con la rivoluzione industriale della Gran Bretagna.

L’esperienza dell’inflazione nei periodi bellici e i default de facto del ventesimo secolo resero la questione della finanza responsabile il fulcro di un nuovo accordo europeo. Uno dei fondamenti del processo di integrazione europea fu il riconoscimento dell’importanza di una moneta stabile ai fini della legittimità politica.

In effetti, l’asse critico franco-tedesco dell’Ue era tenuto in piedi dalla convinzione che in una democrazia l’ordine politico dipendesse dalla garanzia del debito. In Germania, l’espropriazione di due generazioni di obbligazionisti del ceto medio fu vista come il risultato della guerra del Kaiser prima, e della guerra di Hitler poi – in altre parole, il risultato di un fallimento democratico.

Dopo l’inflazione e un governo instabile, Charles de Gaulle ricostruì il sistema politico francese, nonché l’idea della nazione francese, diventando fautore della stabilità valutaria. Ritornò esplicitamente al retaggio di Napoleone, e sostenne che la stabilità della Francia dovesse basarsi su una moneta forte.

La rivoluzione finanziaria che è dilagata nel mondo negli ultimi due decenni sembrava spezzare il nesso tra governo rappresentativo e finanza pubblica. I derivati e altri complessi strumenti finanziari sembravano offrire un modo per aggirare la responsabilità dei cittadini rispetto alle spese a cui avevano acconsentito.

In altre parole, la moderna finanza pubblica finì per assomigliare ai mutui subprime, che crearono l’illusione di una casa di proprietà per tutti; regole e limiti non furono più applicati. I paesi potevano praticare la generosità nella “terra dei sogni”. Le regole apparentemente ferree del Trattato di Maastricht dell’Ue e del Patto di crescita e stabilità, che impongono un tetto del 3% del Pil sui deficit di bilancio e del 60% sul debito governativo, incoraggiarono l’ingegnosa contabilità a spostare le spese per finalità puramente di facciata.

La rivoluzione finanziaria andò in parallelo con l’effettiva privazione del diritto di voto degli europei. Sembrava che, negli ultimi 20 anni, il potere fosse quasi passato nelle mani di un’élite tecnocratica. I trucchi contabili dietro le quinte erano accompagnati da rispettivi trucchi politici. E i cittadini, ovviamente, si lamentavano della legittimità calante delle istituzioni europee.

In modo analogo, per garantire il debito delle banche irlandesi nel settembre 2008, il governo irlandese fece qualcosa che nessun governo responsabile avrebbe dovuto contemplare. Si assunse la responsabilità delle obbligazioni che ammontavano a un multiplo del reddito nazionale dell’Irlanda, facendo salire il debito governativo a un valore superiore al 1.300% del Pil. Il Primo ministro Brian Cowen, che difende tuttora tale azione, sarà con tutta probabilità penalizzato nelle prossime elezioni.

Ma le azioni di Cowen erano sintomatiche di un fallimento più grande: il nesso fondamentale tra la responsabilità di cittadini e contribuenti e la responsabilità del governo si era spezzato.

L’idea di spostare alcune fette di debito governativo relativo ai membri dell’Ue agli eurobond potrebbe essere tecnicamente allettante, ma funzionerà solo se si ritornerà ai principi britannici del 1688 (o ai principi della Rivoluzione americana). I contribuenti in tutta l’Unione europea devono avere la sensazione di controllare ciò che possiedono – e sapere che non saranno ritenuti responsabili degli errori e delle frodi di una perversa alleanza tra finanza irresponsabile e governi irresponsabili.

Hide Comments Hide Comments Read Comments (0)

Please login or register to post a comment

Featured