Friday, August 29, 2014
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Il pappagallo morto

NEW YORK – Il ciclo di negoziati sul commercio globale, denominato Doha Round, è il primo ad essersi svolto sotto l’alto patronato dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), fondata nel 1995. Gli otto cicli precedenti di negoziati commerciali sono stati condotti nell’ambito dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (Gatt), dopo la sua creazione avvenuta nel 1947.

Ci sono voluti quasi otto anni per concludere il precedente Uruguay Round, e questo lungo periodo portò alcuni a credere ironicamente che Gatt fosse l’acronimo di “General Agreement to Talk and Talk” e non di “General Agreement on Tariff and Trade”, come dire un accordo per chiacchierare anziché per abbattere definitivamente le barriere protezionistiche tra stati. Ma le battute sul Doha Round, ormai prossimo al suo decimo anno, sono ben più cattive – degne del classico sketch dei Monty Python in cui in un negozio di animali un tizio con una gabbia in mano si lamenta che il pappagallo che gli è appena stato venduto è morto e il commesso gli spiega che in realtà sta solo “dormendo”. Quando il pappagallo cade dal trespolo della gabbia, il cliente ribadisce il fatto che il pappagallo sia morto, defunto; per il commesso, invece, il pennuto sarebbe solo “stordito” per la caduta.

I leader politici come il premier britannico David Cameron, il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono, che si sono espressamente dichiarati a favore del Doha Round durante il World Economic Forum svoltosi quest’anno a Davos, continuano a sottolineare come un fallimento del Doha Round potrebbe costare caro al mondo in termini di prosperità, frenare il progresso nei paesi in via di sviluppo e ridurre i redditi reali dei lavoratori nei paesi avanzati.

Un fallimento del Doha sortirebbe anche un colpo letale alla credibilità e al futuro della Wto, che è un esempio del tutto straordinario di multilateralismo efficace e democratico. Così come accadde nel 1998, quando a Davos l’economista Lester Thurow dichiarò “morto” il Gatt, la stessa cosa potrebbe accadere alla Wto, che farebbe la fine del pappagallo dei Monty Python.

Considerata la posta in gioco a livello economico-globale, il Doha Round deve essere salvato. A Davos il panel di esperti in ambito commerciale, da me presieduto insieme a Peter Sutherland, ha sostenuto che per raggiungere in maniera efficace tale obiettivo bisogna annunciare una data – come la fine del 2011 – entro cui dichiarare conclusi i negoziati o far cadere dal trespolo il pappagallo.

Ma come faranno i leader favorevoli al commercio e al Doha, quali Cameron e Merkel, a coinvolgere quelli che continuano a temporeggiare? Se da un lato i player come Brasile, Cina e Unione europea devono fare delle concessioni marginali per siglare l’accordo, dall’altro sarebbe meglio occuparsi dei principali oppositori.

Le trattative si sono interrotte a metà del 2008, per il rifiuto degli Stati Uniti di ridurre ulteriormente i sussidi agricoli e per il rifiuto dell’India di far competere i propri agricoltori privi di sussidi con gli agricoltori americani aiutati da tali sovvenzioni. Da quel momento, la palla è passata agli Stati Uniti.

Il presidente Barack Obama è sostanzialmente favorevole a un’apertura degli scambi commerciali. Non può aver trascorso dieci anni a insegnare all’Università di Chicago senza essersi convinto di quanto sia vantaggioso il commercio. Persino durante la sua campagna per la leadership del Partito democratico, quando la sua principale rivale, Hillary Clinton, faceva pressioni per sospendere le trattative commerciali e abbracciava il protezionismo, Obama mantenne la calma e promise al contrario di riaprire il NAFTA – una tattica che non ha portato a nulla.

Ma i democratici, che hanno conquistato il Congresso nel 2008, erano finanziati dai sindacati, da sempre ritrosi al commercio, soprattutto quando si tratta di paesi in via di sviluppo. Hanno ostacolato la volontà di Obama di accettare gli accordi commerciali. In tal senso ha avuto un peso anche il fatto di aver perso il sostegno dell’ala sinistra del suo partito, che nasce dal fatto di non aver digerito i compromessi raggiunti per Guantánamo, Iraq, Afghanistan e per la riforma sanitaria.

Sono pochi i democratici disposti a combattere per il commercio, avendo riconciliato la presunta preoccupazione per i poveri con la deplorevole volontà di negare ai paesi in via di sviluppo l’accesso agli Usa e ad altri mercati ricchi, che potrebbero offrir loro una via d’uscita dalla povertà. Anzi, ora sostengono, a sorpresa, che il commercio danneggia davvero i poveri nei paesi arretrati!

Le elezioni dello scorso novembre hanno ribaltato positivamente la politica del commercio, dal momento che il Partito repubblicano rappresenta ora la maggioranza alla Camera. Le negoziazioni commerciali sono, in apparenza, nuovamente ben accette. Obama ha già concesso preventivamente un accordo di libero scambio con la Corea del Sud. Dopo aver praticamente intascato tale accordo, i repubblicani vogliono ora portare a casa altri accordi con la Colombia e Panama. Purtroppo, né loro né il presidente hanno accennato al Doha.

Alla fine, gli uomini di stato di tutto il mondo, che sono favorevoli al Doha, potrebbero cogliere l'occasione per fare pressioni in tal senso sia su Obama sia sulla leadership repubblicana. Negare una tale opportunità sarebbe un terribile errore.

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