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Chiarezza sull’Austerità

MILANO – Ho appena avuto il privilegio di parlare alla principale conferenza annuale del Consiglio economico della Germania, il braccio economico e finanziario dell’Unione Democratica Cristiana, l’attuale partito di governo. Tra gli altri relatori erano presenti la Cancelliera Angela Merkel e il Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. È stato un evento interessante –e cosa più importante, incoraggiante.

Sembrava chiaro che la Germania (o almeno questo insieme piuttosto ampio di rappresentanti del governo, del mondo imprenditoriale e dirigenti sindacali) confermi il proprio impegno verso l’euro e per il rafforzamento dell’integrazione europea, e che  riconosca la necessità per il successo di tali obiettivi della realizzazione di una ripartizione degli oneri a livello europeo, che consenta di superare la crisi in corso nella zona euro. Le riforme in Italia e Spagna sono a buona ragione considerate cruciali, e sembra che vi sia una profonda consapevolezza (sulla base dell’esperienza maturata in Germania negli ultimi dieci anni e mezzo dopo la riunificazione) che il ripristino della competitività, dell’occupazione e della crescita richiede tempo.

La Grecia non ha molte alternative, ma rimane l’esigenza di contenere un serio rischio di contagio per evitare che si abbandoni il percorso delle riforme fiscali orientato alla crescita intrapreso in Italia e Spagna . Di fronte ad un alto rischio sistemico, i capitali privati lasciano le banche e il mercato dei titoli sovrani, determinando il rialzo degli oneri finanziari statali e la caduta della capitalizzazione delle banche. Questo, a sua volta, minaccia il funzionamento del sistema finanziario e l’efficacia dei programmi di riforma.

Così, le istituzioni centrali dell’Unione Europea, insieme con il Fondo Monetario Internazionale, hanno un ruolo importante da svolgere nella stabilizzazione e la transizione verso una crescita sostenibile. Il loro impegno è necessario per colmare il vuoto creato dalla fuga dei capitali privati, consentendo che si completino i programmi di riforma e che comincino ad avere effetto. Il ruolo del Fondo Monetario Internazionale riflette l’enorme posta in gioco che la ripresa dell’Europa rappresenta per il resto del mondo –allo stesso modo, per i paesi avanzati che per quelli in via di sviluppo: è un investimento ad alta redditività.

Tutto questo mi è sembrato fosse ben presente ai politici e dirigenti d’azienda tedeschi. Inoltre, questo tipo di supporto è e deve essere subordinato alla portata delle riforme attuate in Italia e Spagna, rispettivamente al terzo e quarto posto tra le economie più grandi della zona euro. Nel perseguimento della competitività e della crescita è fondamentale la liberalizzazione del mercato del lavoro –cosa che deve essere ancora attuata.

Guadagnare tempo affinché le riforme funzionino richiede che vi sia una socializzazione dei rischi a breve termine. Non c’è altro modo per tenere sotto controllo i rendimenti obbligazionari ed il funzionamento delle banche, e non vi è alcuna garanzia blindata che siano approvati i programmi di riforma necessari allo scopo.

È ancora prematuro parlare di Eurobond che funzionino a lungo termine perché implicano una diminuzione della condizionalità, indebolendo gli incentivi ad attuare le riforme. Ma se tutto funziona, l’attuale condivisione dei rischi non risulterà costosa alla fine. Si potrebbe anche ottenere un rendimento positivo.

Cosa ne è, allora, di questo conflitto tanto discusso tra austerità e crescita? Credo che si basa su un equivoco piuttosto grave. Per i tedeschi, l’austerità, sotto forma di moderazione salariale e di reddito, è stata una parte importante delle riforme orientate alla crescita che il loro paese ha completato nel 2006. Molto tempo e molti sforzi sono stati dedicati a garantire che l’onere considerevole di ripristinare la flessibilità, la produttività, e la competitività fosse ripartito equamente tra la popolazione. 

Ma, dalla parte che riceve il messaggio nell’Europa meridionale (e al di là dell’Atlantico), si interpreta l’ “austerità” per lo più in termini fiscali – come un modo, eccessivamente rapido e potenzialmente in grado di distruggere la crescita, per tagliare il disavanzo più velocemente di quanto l’economia possa strutturalmente regolare e colmare il gap della domanda aggregata. In altre parole, si guarda alle misure severe di austerità soprattutto attraverso una lente keynesiana.

È importante trovare il giusto equilibrio tra una modalità eccessivamente rapida di realizzare la  riduzione del disavanzo ed una pericolosamente lenta, e non è facile. Ma questa è solo una componente del riequilibrio. La crescita è essenziale per abbattere il rapporto tra debito pubblico e PIL, ed è quindi un punto chiave della stabilizzazione fiscale. È anche vero che i benefici della riduzione del disavanzo, se raggiunti troppo velocemente, saranno più che compensati dagli effetti negativi sulla crescita.

Al tempo stesso, per riavviare la crescita di un’economia ed i motori dell’occupazione, sono necessarie altre misure, anche alquanto variegate nei  diversi paesi, a causa di differenti condizioni iniziali. Ma generalmente includono la rimozione delle rigidità e delle altre barriere alla concorrenza nei mercati del lavoro, della produzione e dei servizi; investimenti in professionalità, capitale umano, e nella base tecnologica dell’economia; e la ricostruzione di reti di sicurezza in modo da promuovere e sostenere adeguamenti strutturali, piuttosto che ostacolarli.

Tali riforme richiedono il sacrificio di alcuni tipi di protezioni, così come della crescita di reddito e consumi. I vantaggi arrivano nel futuro in forma di traiettorie sostenibili di crescita ed occupazione. La disciplina ed il rigore, quindi, comportano scelte intertemporali e intergenerazionali sul prezzo da pagare ora – e come tale onere debba essere equamente condiviso - in vista di maggiori opportunità economiche e stabilità sociale nel futuro.

Dopo tutto, il ripristinare la stabilità e la crescita riguarda solo in parte il rilancio a breve termine della domanda aggregata. Si tratta anche di mettere in atto riforme strutturali e un riequilibrio, che ha un costo. Il raggiungimento di un modello sostenibile di crescita richiede scelte che non riguardano solo il livello della domanda aggregata, ma anche la sua composizione –per esempio, gli investimenti rispetto ai consumi.

Che questa si chiami o meno austerità è solo una questione semantica. Ma la confusione che ne è risultata è tutt’altro che innocua. Al contrario, è diventato uno dei principali ostacoli ad una comprensione comune delle sfide attuali, e quindi alla realizzazione di un ampio consenso sulla strada giusta da seguire –un percorso con responsabilità ben definite e differenziate.