Friday, October 31, 2014
0

I paesi in via di sviluppo possono reggere l’economia?

CAMBRIDGE – All’inizio della crisi finanziaria globale si pensava, ottimisticamente, che i paesi in via di sviluppo avrebbero evitato la flessione che ha invece interessato tutti i paesi industrializzati. In effetti, questa volta non erano tra i responsbaili dell’accumulo di eccessi finanziari e davano, al contrario, indicazioni di forti basi economiche. Ma queste speranze si sono infrante nel momento in cui il prestito internazionale si è prosciugato ed il commerico è crollato gettando i paesi in via di sviluppo nella stessa spirale negativa delle nazioni indutrializzate.

Ma con la ripresa del commercio e della finanza internazionale si è diffusa una verisone ancor più ambiziosa degli scenari futuri. Si dice, infatti, che i paesi in via di sviluppo abbiano una prospettiva di forte crescita nonostante la crisi e la depressione in corso in Europa e negli Stati Uniti. Ancor più sorprendente è che molti si aspettano che i paesi in via di sviluppo diventino il motore di crescita dell’economia globale. Otaviano Canuto, Vice Presidente della Banca Mondiale, ed i suoi collaboratori hanno stilato un lungo rapporto che prova la sua prognosi ottimista.

Ci sono varie ragioni per cui quest’ottimismo non è da considerarsi irragionevole. Gran parte dei paesi in via di sviluppo hanno ripulito i propri sistemi finanziari e fiscali e non presentano un livello elevato di debito pubblico. La loro governabilità è in fase di miglioramento, così come la qualità del policymaking, mentre le possibilità di trasferimento tecnologico attraverso la partecipazione a reti internazionali di produzione sono sempre più frequenti.

Inoltre, la crescita rallentata delle economie avanzate non influenzerà necessariamente la prestazione dei paesi in via di sviluppo in modo negativo. La crescita a lungo termine non dipende infatti dalla domanda esterna, bensì dall’offerta interna. Una crescita rapida e sostenuta è il risultato dell’avvicinamento dei paesi poveri ai livelli di produttività dei paesi ricchi, e non della crescita degli stessi paesi ricchi. Per gran parte dei paesi in via di sviluppo questa “distanza di convergenza” è attualmente ancor più ampia di qualsiasi altro periodo dagli anni ’70 in poi. Pertanto, il potenziale di crescita risulta proporzionalmente più vasto.

Ma le buone notizie si fermano qui. Una crescita sostenuta richiede una strategia di crescita e molti paesi in via di sviluppo non dispongono di un piano strategico che possa indirizzarli irrevocabilmente verso un contesto di convergenza economica.

Negli ultimi vent’anni, troppi di questi paesi hanno legato la crescita economica ad una combinazione di due fattori: da un lato alla ripercussione naturale derivante dalle precedenti crisi finanziarie (come nell’America latina) o ai conflitti politici e alle guerre civili (come in Africa), e dall’altro ai prezzi elevati dei beni. I paesi in via di sviluppo non possono, pertanto, fare affidamento a nessuno di questi due fattori per trasformare la propria produttività, cosa di cui hanno estremamente bisogno.

Consideriamo, ad esempio, il modello di crescita degli ultimi vent’anni dell’America latina. La competizione globale ha ripristinato gran parte delle industrie della regione ed ha favorito i profitti legati alla produttività nei settori avanzati. Questi profitti si sono tuttavia limitati ad un segmento relativamente ridotto dell’economia.

Peggio ancora, il lavoro si è spostato da attività produttive commerciabili (nel settore manifatturiero) ad attività informali meno produttive (i servizi). In gran parte dei paesi dell’America latina, il cambio strutturale ha finito per ridurre invece che promuovere la crescita economica.

Dato che i governi asiatici hanno sempre avuto la tendenza a sostenere maggiormente i settori moderni e commerciabili, gran parte dei paesi di quell’area è riuscita ad evitare questo male, ottenendo risultati migliori. Ma anche il modello asiatico potrebbe presto esaurirsi.

La Cina, in modo particolare, deve confrontarsi con il fatto che il resto del mondo non le permetterà di gestire per sempre un enorme surplus commerciale. La moneta svalutata, essenziale per il sovvenzionamento delle industrie manifatturiere cinesi, è stato l’elemento di traino della crescita economica del paese negli ultimi dieci anni. Un apprezzamento importante del renminbi porterà ad una riduzione, se non all’eliminazione, dell’elemento di sovvenzione alla crescita.

A prescindere dalle prospettive di crescita dei paesi in via di sviluppo, c’è una questione più profonda. Ovvero, un’economia mondiale in cui i paesi di sviluppo abbiano un peso maggiore può favorire il tipo di governabilità globale in grado di sostenere un contesto economico favorevole? Le economie nei mercati emergenti non hanno ancora dimostrato la leadership globale necessaria per dare una risposta affermativa a questa domanda.

Gli istituti globali dei nostri giorni, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, sono ancora in gran parte la creazione della leadership americana dopo la Seconda Guerra Mondiale (sebbene, da allora, siano state apportate una serie di modifiche). Questi istituti riflettono gli interessi americani, pur codificando, allo stesso tempo, alcune norme di comportamento –il processo decisionale basato su norme specifiche, la non discriminazione, il multilateralismo e la trasparenza- che hanno finito per limitare anche il potere americano.

Paesi come il Brasile, la Cina, l’India ed il Sudafrica hanno comunque finora dimostrato poco interesse nell’istituzione di regimi globali, preferendo conservare il ruolo di giocatori liberi. Jorge Castañeda, ex ministro degli esteri messicano, si è spinto oltre affermando che questi paesi si sono sistematicamente opposti alle regole globali a partire dal cambiamento climatico per arrivare al commercio internazionale.

Temiamo di essere troppo duri nei confronti dei paesi in via di sviluppo, ma dobbiamo ricordarci che da tempo gli analisti politici sono preoccupati del fatto che una maggior diffusione della potenza economica possa portare ad un’economia mondiale meno stabile. Se il centro di gravità dell’economia mondiale si dovesse spostare in modo sostanziale verso i paesi in via di sviluppo, non si tratterà certo di un processo senza ostacoli, e non sarà probabilmente neppure benefico.

Possiamo comunque essere certi almeno di due cose: solo i paesi che adotteranno delle strategie di crescita mirate a stimolare un cambiamento strutturale interno otterranno dei buoni risultati, mentre il quesito della governabilità globale, ovvero come gestire un’economia mondiale ormai priva di regole, non potrà far altro che peggiorare.

Hide Comments Hide Comments Read Comments (0)

Please login or register to post a comment

Featured