Tuesday, September 2, 2014
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Un’era di aspettative ridotte?

CAMBRIDGE – Mentre l’economia statunitense e l’economia europea continuano ad essere in difficoltà, si affaccia sempre più la possibilità di un “decennio perduto” in stile giapponese. Purtroppo il dibattito si è focalizzato troppo sulle possibili azioni da parte dei governi per stimolare la domanda attraverso deficit di bilancio e politiche monetarie. Ma questi sono aspetti chiave da considerare a breve termine, infatti, come ogni economista ben sa, la crescita economica  a lungo termine è principalmente determinata dal miglioramento della produttività.

Non c’è alcun dubbio che l’imponente crisi finanziaria subita dal Giappone nel 1992 sia stata un colpo duro dal quale il paese si deve ancora riprendere, tanto da rendere il parallelo con il contesto attuale di Stati Uniti ed Europa decisamente preoccupante. Entrambe sembrano destinate ad un lungo periodo di una lenta crescita di credito dovuta sia ad una necessaria e più severa regolamentazione finanziaria, sia ad una situazione invariata di sovra-indebitamento per entrambe le economie. Non esistono, purtroppo, scorciatoie in questo processo di guarigione.

Tuttavia, valutando l’esperienza giapponese e la sua rilevanza nel contesto attuale, è importante riconoscere che la caduta del Giappone non è stata causata solo dalla crisi finanziaria. Il paese ha dovuto infatti affrontare anche una serie di importanti shock di produttività derivati da problematiche di lungo termine. Pur non essendo mai stato implicato in bolle immobiliari o bolle del mercato azionario, il Giappone sarebbe comunque arrivato a scontrarsi con la grande sfida posta dalla crescita improvvisa del suo colossale vicino, la Cina.

Agli albori degli anni ’90, la predominanza del Giappone nei mercati di esportazione mondiali era già stata intaccata dai vicini paesi asiatici minori, tra cui Malesia, Corea, Tailandia e Singapore. Ma la Cina rappresenta una sfida completamente diversa con tempi di adattamento ben più lunghi.

Inoltre, pur non avendo subito una crisi finanziaria, il Giappone è stato tuttavia colpito da problematiche legate al contesto demografico, in quanto la sua popolazione ha iniziato ad invecchiare e diminuire. Ultimo ma non meno importante, gli anni di crescita eccessiva del paese si sono basati su un tasso di investimento eccezionale. Ma dato che, in definitiva, la produttività si crea attraverso l’innovazione, e non solo tramite un maggior numero di edifici e macchinari, era abbastanza prevedibile che i profitti degli investimenti si sarebbero, prima o poi, spostati verso sud.

In teoria, con un sistema finanziario più sano, l’economia del Giappone avrebbe avuto più flessibilità nell’affrontare le sfide contro la sua crescita di produttività. Ma, in un modo o nell’altro, i tassi di crescita, un tempo elevati, si sarebbero probabilmente comunque ridotti vertiginosamente. Come avviene di solito, le crisi finanziarie amplificano le diverse cause del tracollo economico piuttosto che innescarle direttamente.

La Grande Depressione degli anni ’30 negli Stati Uniti ne è un altro esempio. Anche in questo contesto, gran parte dell’attenzione si è concentrata sulle fluttuazioni della politica monetaria e fiscale. Ma le politiche economiche del New Deal, ampliando il ruolo dello stato con modalità spesso caotiche ed imprevedibili, hanno probabilmente ostacolato, anche se solo temporaneamente, la crescita economica.

Gli Stati Uniti, oggi, sembrano muoversi verso una tipologia di stato più affabile e in stile europeo, con tasse più elevate e, possibilmente, con un sistema di regolamentazione più severo. I sostenitori dell’amministrazione statunitense potrebbero controbattere dicendo che si tratta di una fase di revisione a lungo rinviata su diverse aree, tra cui la disuguaglianza di reddito. Ma se gli Stati Uniti si troveranno a dover vivere un periodo di crescita lenta nel prossimo decennio, la colpa sarà davvero solo della crisi finanziaria?

Allo stesso modo, la recente crisi d’identità europea sta portando, nuovamente, ad una politica incerta ed imprevedibile. Anche in Europa, quindi, se ci saranno delle conseguenze avverse derivanti dalla crescita nel prossimo decennio, non dipenderanno esclusivamente dalla crisi finanziaria.

A breve termine, è importante che la politica monetaria di Stati Uniti ed Europa contrastino, in modo vigile, un’eventuale deflazione in stile giapponese che porterebbe solo ad un inasprimento dei problemi di debito, riducendo i redditi rispetto ai debiti. Infatti, come ho sottolineato all’inizio della crisi, sarebbe meglio avere due o tre anni di inflazione leggermente elevata, con uno sgonfiamento dei debiti a tutti i livelli, specialmente nel caso in cui i sistemi politici, legali e di regolamentazione non riescano ad attivarsi per realizzare una serie di necessarie svalutazioni contabili.

Con l’indebolimento dei mercati del credito, potrebbero essere necessarie ulteriori misure di alleggerimento quantitativo. La politica fiscale è invece ben avviata, pur avendo bisogno di una politica di restrizione graduale negli anni a venire, per paura di un eventuale peggioramento della situazione di difficoltà in cui si trovano i governi e della crisi del debito. Coloro che credono, spesso con convinzione quasi religiosa, nella necessità di implementare nuovi stimoli fiscali keynesiani e di ignorare i debiti pubblici, sono, a mio avviso, in preda al panico.

E’ importante, inoltre, tentare di conservare il dinamismo nell’economia statunitense ed in quella europea attraverso la produttività, migliorando, ad esempio, le misure utilizzate, rimanendo vigili contro la politica dell’antitrust, e snellendo e semplificando i sistemi di tassazione.

Nel bene e nel male, le tendenze della produttività sono molto difficili da intuire poiché dipendono da complesse interazioni di forze sociali, economiche e politiche. Robert Solow e Paul Krugman, entrambi vincitori del Premio Nobel, si sono un tempo chiesti se la proliferazione

dei computer e della tecnologia avrebbe portato ad un livello minimo di crescita [Un tema che richiama il titolo del classico di Krugman del 1990 “The Age of Diminished Expectations”(L’era delle aspettative ridotte - ndt)]

Alla fin fine, i policy maker devono ricordarsi che se gli Stati Uniti e l’Europa riusciranno o meno ad evitare un decennio perduto, dipenderà dalla loro abilità di conservare la vitalità produttiva delle loro economie e non solo dalle misure implementate per stimolare la domanda a breve termine.

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