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Per una rivoluzione economica araba

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2011-04-04

BEIRUT – La rivoluzione che sta interessando tutto il mondo arabo ha costretto i popoli ed i governi della regione a doversi confrontare con il bisogno del cambiamento. Anni di immobilità hanno aperto la strada ad una spinta frenetica verso nuove riforme mirate a soddisfare le aspirazioni ed il malcontento di milioni di persone.

Ma lo slancio a favore di queste riforme sta prendendo due direzioni decisamente opposte. Una vuole che i governi pensino ai bisogni del loro popolo, l’altra chiede a gran voce ai governi di smetterla di limitare la libertà dei popolo, in particolar modo la libertà economica. La prima tipologia di riforme non farà altro che esacerbare i gravi problemi del mondo arabo, mentre la seconda offre la speranza di un cambiamento positivo e sostenibile.

In diversi paesi arabi, in particolar modo nell’Arabia Saudita, i governatori hanno tentato di placare l’insoddisfazione popolare elargendo contanti, sussidi, posti di lavoro garantiti e beni e servizi gratuiti. Quest’espressione di generosità implica una fondamentale incomprensione delle cause del malcontento attuale, attribuendo infatti tale insoddisfazione a motivazioni puramente materiali.

Ma osservando gli slogan dei dimostranti e le loro richieste si evince chiaramente il contrario. Queste proteste sono più per la libertà politica ed economica che per i bisogni materiali e rispecchiano la consapevolezza che questi bisogni sono semplicemente un sintomo e la conseguenza della mancanza di libertà politica ed economica.

L’ “approccio della distribuzione di beni e servizi” non è sostenibile, anzi se portata avanti porterebbe ad un inasprimento del malessere economico del mondo arabo. La ricchezza economica non può essere prodotta da un decreto governativo, deriva infatti da lavori produttivi in grado di creare beni e servizi valorizzati dalle persone.

I governi che distribuiscono sussidi non rendono i propri cittadini più benestanti creando nuova ricchezza, ma non fanno altro che ridistribuire quella già esistente. Ciò vale anche per i lavori creati e garantiti dal governo. Se un lavoro è produttivo, i suoi risultati saranno ricompensati da altri membri della società che ne traggono vantaggio senza il bisogno dei sussidi e delle garanzie del governo. Il fatto che un lavoro debba essere garantito dal governo implica che i suoi prodotti non sono richiesti e diventa quindi un ostacolo per la società piuttosto che una risorsa.

Con una dipendenza sempre maggiore dalla politica di redistribuzione da parte dei cittadini, il lavoro produttivo viene ostacolato così come la creazione di nuova ricchezza. Il decadimento economico si instaura di pari passo con la crescita del numero di cittadini dipendenti,  con la riduzione dei cittadini produttivi e con l’esaurimento da parte della società dei soldi a disposizione.

Tuttavia, la popolarità dell’opzione della distribuzione di beni e servizi solleva una questione importante e d istruttiva, ovvero come sono riusciti i governi di questi paesi ad accumulare ricchezze tanto consistenti da portare il popolo a chiederne la redistribuzione?

I funzionari governativi ed i loro compagni non hanno necessariamente rubato o saccheggiato in modo diretto. Tramite meccanismi, apparentemente innocui, di supervisione e regolamentazione statale, e sotto la guida delle più importanti istituzioni finanziarie, le élite governative sono riuscite a gestire interi settori dell’economia come feudi personali. Se da un lato questo comportamento è riprovevole, dall’altro ha comportato conseguenze ancora più gravi portando infatti alla distruzione della produttività e delle iniziative dell’economia araba.

Il totalitarismo economico è stato legittimato dalla beneficienza statale. Per decenni i leader arabi si sono falsamente impegnati a portare avanti riforme economiche con innumerevoli rimpasti ministeriali, piani quinquennali e con l’implementazione di programmi elaborati sostenuti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Ma tutte queste riforme hanno sempre implicato un meccanismo di distribuzione statale o la creazione da parte dei governi di opportunità e posti di lavoro, e raramente la rimozione della stretta dei governi sulle vite dei cittadini. Inquadrando il dibattito sulle riforme nel contesto delle tipologie di distribuzione, i governi evitano di affrontare i problemi reali, ovvero il loro controllo sulle attività economiche.

I meccanismi di distribuzione statale possono essere finanziati in modo affidabile controllando i settori produttivi dell’economia. Ma nel mondo arabo, così come in qualunque altra parte, portano comunque al furto, alla corruzione a monopoli incontrastati, all’oppressione delle aziende e, con il tempo, conducono inevitabilmente al declino e alla rovina. I regimi deposti di Tunisia ed Egitto hanno trascorso decenni a portare avanti politiche di distribuzione negando ai cittadini la libertà economica.

Nell’affrontare questo processo di cambiamento di vasta portata, gli arabi non si devono far distrarre da dibattiti sterili sulla giusta tipologia di sostegno statale ai cittadini. Ciò di cui si ha realmente bisogno è una trasformazione radicale della gestione delle attività economiche in tutti i paesi arabi.

Anche i paesi arabi devono infatti diventare luoghi in cui i cittadini possono creare propri lavori produttivi e perseguire le proprie opportunità, in cui autosostenersi e determinare il proprio futuro. Questa libertà sopperisce al bisogno di beneficienza di coloro che sono al potere e, ancor più importante, elimina qualsiasi scusa per mantenere il pugno di ferro sulle vite economiche dei cittadini.

Saifedean Ammous è docente presso l’Università Americana Libanese..

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AUTHOR INFO

Saifedean Ammous is Assistant Professor of Economics in the Lebanese American University and Foreign Member at Columbia University’s Center for Capitalism and Society.
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