Sunday, October 26, 2014
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La verità sul renminbi

NEW YORK – Per sette anni gli Stati Uniti hanno lasciato che la loro fissazione sul tasso di cambio del renminbi distogliesse l’attenzione da questioni ben più importanti nella loro relazione economica con la Cina. Il prossimo round del Dialogo Strategico ed Economico fra Usa e Cina rappresenta un’eccellente occasione per esaminare e rivedere le priorità dell’America.

Sin dal 2005 il Congresso americano ha più volte cercato una normativa tesa a difendere i lavoratori americani sotto pressione dalla presunta minaccia di una valuta cinese troppo bassa. Il supporto bipartisan per un provvedimento di questo genere è sopraggiunto quando i senatori Charles Schumer (un democratico liberale di New York) e Lindsey Graham (un repubblicano conservatore della Carolina del Sud) hanno introdotto il primo disegno di legge sulla moneta cinese.

L’argomentazione a favore di un’azione legislativa è alquanto semplice: il deficit commerciale americano registra una media record del 4,4% del Pil dal 2005, dove la Cina rappresenta il 35% dell’ammanco, presumibilmente dovuto alla sua manipolazione valutaria. I cinesi – insiste un’ampia coalizione di politici, businessmen ed economisti accademici – devono rivalutare la propria moneta o andranno incontro a delle sanzioni.

Questo ragionamento tocca le corde del pubblico americano. Secondo i sondaggi condotti nel 2011, il 61% degli americani crede che la Cina rappresenti una grave minaccia economica. Come tale, il dibattito sulla valuta cinese rivestirà un ruolo importante nell’imminente campagna presidenziale americana. “Quando è troppo è troppo”, il presidente Barack Obama ha replicato, quando è stato interpellato sul renminbi all’indomani del suo ultimo incontro con il presidente cinese Hu Jintao. Il presunto sfidante repubblicano di Obama, Mitt Romney, ha promesso di dichiarare la Cina colpevole di manipolazione valutaria una volta che si fosse insediato.

Ma per quanto allettante possa sembrare questa logica, è errata. Innanzitutto, il deficit commerciale dell’America è multilaterale: gli Usa hanno registrato deficit con 88 nazioni nel 2010. Uno squilibrio multilaterale – soprattutto quando è ascrivibile a una carenza di risparmi – non può essere corretto facendo pressioni su un tasso di cambio bilaterale. In effetti, la principale minaccia dell’America arriva dall’interno. Puntare il dito solo contro la Cina distoglie da quelle manovre che andrebbero attuate internamente – ossia, incentivare i risparmi tagliando i deficit di bilancio e incoraggiare le famiglie a risparmiare invece che affidarsi alle bolle azionarie.

In secondo luogo, il renminbi si è rivalutato del 31,4% rispetto al dollaro dalla metà del 2005, ben oltre l’aumento del 27,5% richiesto dal disegno di legge Schumer-Graham. Memori dell’esperienza giapponese – soprattutto di quella disastrosa concessione sul netto apprezzamento dello yen nell’Accordo del Plaza del 1985 – i cinesi hanno preferito optare per una rivalutazione graduale. Le recenti mosse a favore di un’internazionalizzazione del renminbi, di un conto capitale più aperto e di trading band valutarie più ampie non lasciano dubbi sul fatto che il gioco si chiuderà con un renminbi pienamente convertibile e basato sul mercato.

In terzo luogo, c’è stato un significativo miglioramento nel disavanzo della Cina con l’estero. Il Fondo monetario internazionale stima che il surplus cinese delle partite correnti sfiorerà appena il 2,3% del Pil nel 2012, dopo il picco del 10,1% raggiunto nel 2007. Le autorità americane hanno a lungo citato il “saving glut”, l’eccesso di risparmio della Cina, come principale fonte di instabilità globale. Ma dovrebbero guardarsi allo specchio: il deficit di parte corrente americano quest’anno, stimato nell’ordine di 510 miliardi di dollari, sarà con tutta probabilità 2,8 volte superiore al surplus cinese.

Infine, la Cina si è trasformata da fabbrica mondiale a catena di montaggio. Alcune ricerche dimostrano che non più del 20-30% delle esportazioni cinesi destinate agli Usa riflette il valore aggiunto interno alla Cina. All’incirca il 60% dell’export cinese rappresenta le spedizioni delle “foreign invested enterprises” – in pratica le filiali cinesi delle multinazionali mondiali. Basti pensare ad Apple. Le piattaforme di produzione globalizzate alterano i dati commerciali bilaterali tra Usa e Cina e poco hanno a che fare con il tasso di cambio.

Invece di additare la Cina come principale minaccia economica per l’America, bisognerebbe considerare la relazione tra questi due Paesi come un’opportunità. La maggiore componente della domanda aggregata americana – il consumo – è ferma. Con le famiglie concentrate a risanare i bilanci gravemente danneggiati, il consumo privato, depurato dall’inflazione, si è espanso a un tasso medio annuo anemico dello 0,5% negli ultimi quattro anni. Il deleveraging messo in atto dai consumatori persisterà per gli anni a venire, lasciando gli Usa sempre più disperati, alla ricerca di nuove fonti di crescita.

Le esportazioni sono in cima alla lista. La Cina è ora il terzo mercato di export dell’America, per grandezza e per rapidità di crescita. È innegabile il suo potenziale per riempire parte del vuoto lasciato dai consumatori americani.

La chiave per abbracciare tale opportunità risiede nell’accesso ai mercati cinesi – a maggior ragione alla luce dell’imminente ribilanciamento cinese a favore dei consumi. Storicamente, la Cina ha abbracciato un modello di sviluppo aperto, dove le importazioni rappresentano il 28% del Pil dal 2002 – quasi tre volte la quota import del 10% registrata dal Giappone durante l’era di forte crescita (1960-1989). Di conseguenza, sulla base di un incremento della domanda domestica, la Cina sarà ben disposta a rivolgersi all’estero.

A fronte di una maggiore propensione al consumo da parte dei cinesi, potrebbe aumentare la domanda per un’ampia varietà di beni made in Usa – che vanno dall’information technology e dalle biotecnologie di nuova generazione alla componentistica per auto e velivoli. Lo stesso vale per i servizi. Con una percentuale appena pari al 43% del Pil, il settore dei servizi cinesi è relativamente esiguo. Le società di servizi globali americane hanno quindi grandi possibilità di espandersi in Cina, soprattutto nei settori di distribuzione che prevedono numerose transazioni – commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporto domestico e logistica della catena di fornitura – nonché in segmenti quali finanza, sanità e raccolta dati.

Gli Usa devono risintonizzare l’agenda commerciale Usa-Cina su un maggiore accesso al mercato in queste e in altre aree – respingendo le politiche e le pratiche cinesi relative alla concessione degli appalti pubblici che favoriscono la produzione domestica e l’innovazione nazionale. Alcuni passi avanti sono stati fatti, ma bisogna fare di più – come ad esempio far aderire la Cina al Government Procurement Agreement dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Allo stesso tempo, gli Usa dovrebbero riconsiderare le antiquate restrizioni della Guerra fredda sugli acquisti cinesi di prodotti tecnologici.

Per gli Usa, dove la crescita è ferma, le opportunità di accesso al mercato contano più della minaccia valutaria. I consumatori cinesi, che sono stati a lungo dormienti, ora si stanno risvegliando. Tutto ciò gioca a favore di uno dei maggiori punti di forza dell’America: lo zelo nel voler competere in nuovi mercati. Sarebbe un peccato se gli Usa si lasciassero scappare questa straordinaria occasione puntando i piedi nel prossimo round del Dialogo Strategico ed Economico.

Traduzione di Simona Polverino

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  1. CommentedProcyon Mukherjee

    Paul Jefferson has actually given the answer, but at the very end. Renminbi appreciation does not help the American business partners who source cheap goods into U.S. which is equivalent of importing labor and exporting capital goods, which the Chinese buy. It would actually benefit the Chinese a little bit if the Renminbi appreciates.

    The CCER study showed that 44 percent of the Chinese trade surplus was contributed by U.S. companies operating in China, and 20 percent by other foreign companies there.

    CCR study showed that if we take iPhone, a personal electronic device designed by the U.S. Apple Inc. as an example. The product, assembled in China, alone accounted for 1.9 billion dollars of China's trade surplus with the United States in 2009.

    CCER study showed that most of China's trade with the U.S. is compensation trade, which may account for 60 percent of the total (bilateral) trade. The yuan's appreciation may somewhat increase China's trade surplus, contrary to the common sense.

    It means China can import raw materials and equipment at relatively low prices.

    Even if China is forced to give up exporting some of its products once the yuan appreciates, the United States will still have to buy those products, which it usually does not manufacture, from other countries -- which neither helps bring down its trade deficit nor create jobs.

    According to a CCER model co-developed with a U.S. institution, if the yuan appreciates by 5 percent against the dollar, the U.S. employment rate will rise by only 0.03 percent; even if the yuan appreciates by 20 percent, it only helps to raise U.S. employment by 0.16 percent.

    The effects of the yuan's appreciation on stimulating consumption are even smaller. According to the model, U.S. consumption will be up a mere 0.02 percent, given a 5-percent appreciation of the Chinese currency against the dollar.

    Meanwhile, the model showed that the increase in the yuan's value is unlikely to affect the U.S. gross domestic product (GDP) much -- if the yuan rises by 5 percent, the U.S. GDP would go up 0.02 percent, while China's GDP would contract 0.56 percent.

    We could do some sensitivities with the modeling, but the truth will not be any far. If renminbi appreciates significantly, the Chinese foreign exchange reserves at $3 Trillion poses a significant challenge to both the nations, it could be either way a situation to make new adjustments.

    Procyon Mukherjee

  2. CommentedPaul Jefferson

    The Chinese yuan has actually appreciated by about 3.6% per year for the past two years, according to this chart:

    http://www.google.com/finance?q=cnyusd

    But if the yuan had instead been allowed to float freely, how much more would it have appreciated? Would the appreciation have been greater by a factor of 10, or 20?

    Why is the Chinese dictatorship afraid to find out? Are they afraid because they themselves know that the yuan is significantly undervalued? Probably.

  3. CommentedPaul Jefferson

    There must be some advantage for China in keeping its currency low. Otherwise, China's leaders would not be so stubbornly persistent in depressing the value of the yuan.

    Obviously, China's artificially low currency gives them a price advantage in international trade. This allows them to penetrate and dominate foreign markets.

    Conversely, the low yuan is an obstacle for any USA-based manufacturer who wants to sell to China. USA-made goods are typically too expensive, partly because China's currency is held at an artificially low level.

    Similarly, the low yuan has made China's labor costs so cheap that American workers cannot compete. Consequently, many are unemployed or underemployed. Yet the author believes these financially stressed individuals can be persuaded to save more. How?

    The advantage of a low currency is clear: China enjoys an 8% growth rate, versus a quarter of that in the USA. And China's dictators want a low yuan to help them retain their grip on power, by keeping Chinese workers employed, thereby avoiding economic discontent.

    Clearly, China has strong motivation to depress the yuan's value, which is why they still do it. The 31% appreciation the author referred to is not recent. In fact, the yuan has been held in a tight range for the past several years.

    Anyway, why would the author consider 31% to be sufficient? Is this number based on purchasing power parity? Or on an interim target set by a USA politician long ago? Why not just allow the currency to float freely, and let the market decide?

    Other excuses offered by the author for China are equally suspect. He states that "the endgame is a market-based, fully convertible renminbi". However, what we are actually witnessing indicates that China's real endgame is to dominate the world economy. They intend to become the new imperial, dictatorial master of the world.

    The author also states that "China has had an open development model, with imports running at 28% of GDP". But what did those imports consist of? Oil? Raw natural resources? From where? If this is such a significant statistic, then the author should break out the components to reveal the true story.

    Finally, the author advises that "the US should reconsider antiquated Cold War restrictions on Chinese purchases of technology-intensive items." In other words, the USA should concede defeat, and surrender their last major technology advantage. After all, the US cannot defeat North Korea, because China will not allow any meddling with their puppet. And the US cannot prevent China from stealing US technology and selling it to Iran. Resistance is futile, the author seems to say, so let's just surrender now.

    This is not to imply that the USA should base its economy on weapons technology. But sadly, that is one of the few remaining areas of competitive advantage left. This is after years of assault on the USA economy by nations such as China, who have manipulated their currencies for their advantage, at America's expense.

    But the real threat to the USA is not China! Instead, it is wealthy Americans whose loyalty is not to their own country, but to themselves and to trans national corporations. China's unfair cost advantage only makes these individuals and corporations richer. And if America collapses, they can afford to move to Singapore or Shanghai.

    Who can we trust to save America and the world from centuries of domination by the fascist dictatorship that is China? Not the 1% protesters, whose goals are vague, and whose strategies are ineffectual. Not Obama, who has squandered every opportunity to resist currency manipulators such as China. And not Romney, who is beholden to the ultra rich.

    Sadly, without competent leaders, lacking sufficient political will, and mostly blind to the danger, America – and it's industrialized peers – seem destined to succumb.

      CommentedLawrence Fassio

      In response to Paul Jefferson's claim about the increase in the value of the Chinese yuan, my computation of its increase over the past two years, from the chart whose link he supplied, is a 0.3% increase, or slightly more than 0.1% per year

      CommentedPaul Jefferson

      The Chinese yuan has actually appreciated by about 3.6% per year for the past two years, according to this chart:

      http://www.google.com/finance?q=cnyusd

      But if the yuan had instead been allowed to float freely, how much more would it have appreciated? Would the appreciation have been greater by a factor of 10, or 20?

      Why is the Chinese dictatorship afraid to find out? Are they afraid because they themselves know that the yuan is significantly undervalued? Probably.

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