Thursday, April 24, 2014
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L’Altro 30% dell’America

NEW HAVEN – Il consumatore americano è solo l’ombra del consumatore onnipotente che è stato. Negli Stati Uniti, il consumo personale è cresciuto ad un tasso annuo di solo 1.5% in termini reali (al netto dell’inflazione), nel secondo trimestre del 2012 – e non si è trattato di un’anomalia. Purtroppo, continua un percorso di debolezza che è stato evidente dall’inizio del 2008.

Nel corso degli ultimi 18 trimestri, la crescita annua della domanda di consumo reale è stata in media solo il 0.7%, rispetto ad un trend di crescita del 3.6% nel decennio precedente allo scoppio della crisi. Mai prima d’ora il consumatore è stato così debole, così a lungo.

La causa non è un segreto. I consumatori hanno puntato in modo smisurato su due bolle speculative – quella immobiliare e quella creditizia. Sconsiderate politiche monetarie e di regolamentazione hanno trasformato l’umile dimora in un bancomat, permettendo alle famiglie di estrarre dollari da bolle e vivere al di sopra dei propri mezzi.

Entrambe le bolle sono scoppiate da tempo, e le famiglie americane sono ora alle prese con la devastazione finanziaria del dopo- bolla – e cioè, attività sommerse, debito elevato a livelli da record, e profonda carenza di risparmio. Al tempo stesso, una disoccupazione estremamente elevata e una crescita del reddito sotto la media si sono combinati per stringere il cappio su consumatori sovraesposti.

Come risultato, le famiglie americane si sono ripiegate su se stesse come mai prima. I consumatori dirottano il piccolo reddito che guadagnano dalla spesa verso il pagamento del debito e la ricostruzione del risparmio. Questo è sia logico che razionale –e quindi non qualcosa che la Federal Reserve americana possa compensare con facilitazioni monetarie non convenzionali.

Il ridimensionamento senza precedenti dei consumatori americani ha rivoltato il calcolo della crescita dell’economia americana dalla testa ai piedi. Solitamente il consumo rappresenta il 70% del PIL (il 71% del PIL nel secondo trimestre, per la precisione). Ma il 70% è a malapena in crescita, ed è improbabile una forte espansione in qualsiasi periodo del prossimo futuro. Ciò pone un pesantissimo fardello sopra l’altro 30% dell’economia americana per generare un qualsiasi tipo di ripresa.

In effetti, l’altro 30% non si è comportato male, specialmente se si considerano le gravi turbolenze provenienti dal 70% dei consumatori. Il 30% consiste principalmente in quattro componenti – spese in conto capitale da parte delle imprese, le esportazioni nette (esportazioni meno importazioni), edilizia residenziale, ed acquisizioni statali. (Tecnicamente, dovrebbe essere incluso il tasso di investimenti in scorte, ma questo è un cuscinetto ciclico tra produzione e vendite, piuttosto che una fonte di domanda finale.)

Considerata la tendenza dello 0.7% della crescita dei consumi reali negli ultimi quattro anni e mezzo, l’anemica ripresa dell’economia americana annualizzata al 2.2% nel periodo successivo alla Grande Depressione è quasi un miracolo. Credito va principalmente all’altro 30% , soprattutto per rafforzare le esportazioni ed un rimbalzo nella spesa capitale aziendale.

Al contrario, il settore pubblico si è mosso in direzioni opposte, in quanto le amministrazioni statali e locali hanno ridotto le spese, mentre è stato messo un tetto agli acquisti federali dopo l’esplosione del deficit post crisi. Il settore immobiliare ha iniziato a recuperare negli ultimi cinque trimestri, ma da un livello così basso che la sua crescita ha avuto scarso impatto sull’economia globale.

Data l’elevata probabilità che i consumatori rimangano deboli per gli anni a venire, l’agenda per la crescita degli Stati Uniti ha bisogno di concentrarsi su come ottenere di più dal restante 30%. Delle quattro componenti che rientrano in questa categoria, due hanno il maggiore potenziale per fare la differenza – spese in conto capitale ed esportazioni.

Le prospettive di queste due fonti di crescita non influenzerà soltanto la forza, o l’assenza, di un recupero, ma potrebbero essere decisive nel determinare un cambiamento importante nel modello di crescita degli Stati Uniti. La divisione 70/30 sottolinea la sfida: gli Stati Uniti devono affrontare un riequilibrio di fondamentale importanza –rendersi autonomi da un’eccessiva dipendenza dalla domanda interna e progettare un maggior sostegno proveniente dalla domanda esterna.

La spesa capitale e le esportazioni, che insieme rappresentano circa il 24% del PIL, detengono la chiave per questo cambiamento. A poco più del 10% del PIL, la quota di spesa in conto capitale è ben al di sotto dell’apice di ben il 13% avuto nel 2000. Ma la spesa capitale deve superare quel picco se le imprese americane devono essere dotate con le più avanzate capacità, tecnologia e infrastrutture private che consentiranno loro di riconquistare quote di mercato in patria e all’estero. Solo la crescita delle esportazioni, impressionante a partire dalla metà del 2009, potrebbe sostenere ulteriori aumenti. Solo allora gli Stati Uniti potrebbero arginare la crescente ondata di penetrazione delle importazioni da parte dei produttori stranieri.

L’altro 30% è anche emblematico di una questione strategica più profonda che l’America si trova ad affrontare - una grande sfida competitiva. Lo spostamento verso la domanda esterna non lo si trova bello e pronto. Lo si deve guadagnare con un duro lavoro, grande determinazione, ed una rinascita competitiva da tempo attesa.

Anche su questo fronte, l’America ha perso terreno. Secondo il Global Competitiveness Index, del the World Economic Forum, nel 2011-2012, gli Stati Uniti sono scivolati al quinto posto, dal quarto posto dell’anno precedente, proseguendo una tendenza al ribasso evidente dal 2005.

L’erosione è riconducibile a diversi fattori, comprese le carenze nell’istruzione primaria e secondaria, così come la cattiva gestione macroeconomica. Ma gli Stati Uniti si classificano in posizioni basse in modo preoccupante anche riguardo alla qualità delle proprie infrastrutture (# 24), alla disponibilità di tecnologia e di assorbimento (# 18), e alla sofisticatezza ed ampiezza dei propri processi di produzione legata alla catena dell’offerta (#14).

Il miglioramento su tutti i fronti è fondamentale per la rinascita della competitività dell’America. Ma la sfida richiederà una crescita vigorosa del restante 30% dell’America – soprattutto della spesa privata in conto capitale. Con il consumatore americano destinato a rimanere ai margini, lo stesso 30% deve anche continuare a farsi carico della lenta ripresa economica.

Niente di tutto ciò può avvenire nel vuoto. L’investimento richiesto per una rinascita della competitività ed una ripresa sostenuta non può essere finanziato senza il tanto atteso miglioramento del risparmio degli Stati Uniti. In un’epoca di disavanzi pubblici fuori misura e di risparmi delle famiglie al di sotto degli standard, questa potrebbe essere la sfida dell’America più dura di sempre.

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  1. CommentedTom Hagan

    Yet another incorrect analysis. To begin with, the housing and credit bubble did not "cause" the financial collapse.The financial collapse would have happened anyway, but sooner. The effect of the bubble was just to keep the music playing longer.

    The real cause of the collapse was that banks ran out of borrowers. Had they stopped lending when they first could not find borrowers who would pay them back, the collapse would have occurred then. Instead, they began lending money they knew was never going to be paid back, liar loans, and when these inevitably failed, the bubble they induced collapsed.

    But the bubble did not CAUSE the financial collapse, it simply delayed it.

    Neither Romney nor Obama has a fix for what ails us: insufficient demand caused by excessive inequality.

    The only thing that will fix the economy is a massive redistribution of wealth to restore demand, and then a permanent redistribution of income to prevent ever-growing inequality leading to eventual collapse, as now.

    Both Romney and Obama would lead us into the abyss, Romney a bit faster. With the program proposed by either, we are doomed.

  2. CommentedJohn A Werneken

    Vote for Romney then.

    "None of this can occur in a vacuum. The investment required for competitive revival and sustained recovery cannot be funded without a long-overdue improvement in US saving. In an era of outsize government deficits and subpar household saving, that may be America’s toughest challenge of all."

    Enough said; no progress possible with the Yuppie-Union-Ethnic wing of the Democratic Party in charge.

  3. CommentedF. W. Croft

    This article's right on the money. I'd note that, in addition to building exports, we need to work harder at attracting inbound investment. Beyond visa programs, we should probably consider something along the lines of the Special Administrative Regions that have worked in the PRC: areas such as Hong Kong or Shenzhen, where tax breaks and simplified regulation are used to attract capital and stimulate new business production. Paul Romer has suggested that a related approach be used in the US...

    1. CommentedPaulo Sérgio

      Can Right-to-work states be considered Special Administrative Regions against the mostly unionized northern states and California? It may then just require a concerted effort to position these states more favorably..

  4. CommentedProcyon Mukherjee

    Prof. Roach is absolutely right about the shift in focus to the other 30% as consumption is most likely to stall not only for the reasons sited but also for the demographic shift as the baby boomers approach retirement when savings more than consumption would be the natural fall out.

    But the problem with growth in capital spending is better observed in the slowdown of the same in S&P 500 in Q2 (5.6%) against 8.6% last year, as forward orders in capital equipment is showing a grim picture, which impacts the forward earnings and we see manifestations of this in the guidance statements. This normally moves to cost cutting responses for a majority, not the ideal for restoring the economy to the trajectory of growth.

    Procyon Mukherjee

    1. CommentedDavid Cearley

      I'm not sure consumption will fall much as boomers age. Take a look at the data from a report on boomer consumption;
      http://www.mediapost.com/publications/article/181070/baby-boomers-control-70-of-the-us-disposable-in.html

      Consumers ages 47 – 66 (Baby Boomers) Facts:

      Control 70% of US disposable income
      Dominate 119 out of 123 CPG categories
      40% of customers paying for wireless service
      41% own Apple computers
      53% are on Facebook
      40% most likely to use an iPhone
      Over age 50 spend $7 billion online annually
      Purchase 62.5% of new cars
      Purchase 80% of luxury travel
      70% show up to vote in elections
      Boomers spend more money each month on technology than Gen X or Gen Y – an average of $650 per month
      Spend most on health care
      Spend most on pharmaceuticals
      One in 7 boomers care for a parent or family member
      71% of Boomers go online every day
      66% of Boomers send text messages


      Read more: http://www.mediapost.com/publications/article/181070/baby-boomers-control-70-of-the-us-disposable-in.html#ixzz249CFbuRS

  5. CommentedZsolt Hermann

    Although the facts are all around us, even within this very article we still do not want to see it.
    The main problem is the excessive consumerism, an economic model that is based on constant quantitative growth, overproduction and over consumption of products we do not have a natural desire or need for, but a sophisticated marketing machinery and the subsequent social pressure forces us to keep buying them. As a result we all delved into deeper and deeper debt, we are unhappy and increasingly empty as we stuff ourselves with thing we do not need and we have no time to deal with things, health, family, proper education, real human connections, we should be dealing with and which things could make us truly happy.
    We still stubbornly, desperately try to rescue this fading and collapsing system instead of being happy that we are liberated from this unnatural and artificial consumer system, and that we got a chance again to return to a happy, normal, natural human life in the 21st century.
    If we lived within, and adapted to the natural laws governing our vast natural, integral system this planet still has enough bounty to supply double the present human population.
    Only we need to change our attitude and lifestyle.

    1. CommentedMelanie holzman

      Give it a rest, Mr. Hermann.

      You have made the same comment over and over. I, for one, do not want a philosophy of what YOU think is absolutely necessary forced on me.

    2. CommentedLinda Narbonne

      True. We must adopt new values and lifestlye, clarify the meaning of our life; a mutual paradigm and attitude as humans living together as one united entity in mutual care.

      The crisis is our opportunity to make that shift.

      "People only accept change when they are faced with necessity, and only recognize necessity when a crisis is upon them." — Jean Monnet

  6. CommentedJim Nail

    A clear summary, but there is one little word that gets insufficient attention in it: the word 'net.' Roach emphasizes exports as a growth engine, forgetting that the word in the economics books is 'net exports.' A difference with huge policy implications. Trade controls or other measures restricting imports from China, until something happens with their currency, would be just as effective in raising net exports as as, say, extra sales of high-tech weaponry to Saudi Arabia...

  7. Commentedjracforr jracforr

    Maybe we can combine two of America's problems and arrive at a solution to this problem. Firstly many companies are said to have stashed billions in off shore tax shelter to avoid the IRS and secondly infrastructure cost and import / export tariff undermine industrial competitiveness . Many foreign nations create FREE ZONES where taxes and tariff and other hindrance to competitive industrial production are eliminated. The only stipulation is that the goods produced in these zones are for export only. This concept could be used in in the USA equally well in Southern Florida , Texas, California etc. The TAX FREE INCENTIVE that these free zones offer, should attract capital held in off shore tax haven as well as solve the " profound competitive challenge " that America suffers.

  8. CommentedRichard Foosion

    >>That is both logical and rational – and thus not something that the US Federal Reserve can offset with unconventional monetary easing.>>

    The conclusion does not at all follow from the premise. For example, if the Fed could induce higher spending, consumers would have more income and more to money to use to pay down debt (on a macro level, spending equals income). Merely increasing inflation to target or higher would reduce the real burden of debt

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