Friday, October 31, 2014
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La rinuncia dell’America al libero scambio

NEW YORK – L’indifferenza e l’apatia di Washington, da parte del Congresso e del Presidente Barack Obama, verso i negoziati del Doha Round, così come l’allarme e la preoccupazione negli altri paesi da parte dei leader di stato per la fiacchezza delle trattative, segnano la fine dell’era post-1945 di leadership americana sul libero scambio multilaterale.

Per quasi un anno ci sono stati segnali evidenti di ansia al di fuori degli Stati Uniti. Il Cancelliere tedesco Angela Merkel ed il Primo Ministro britannico David Cameron sono arrivati addirittura ad appoggiare il Presidente turco Abdullah Gül ed il Presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono nella decisione di nominare me e Peter Sutherland come co-presidenti dell’High-Level Trade Experts Group nel novembre del 2010. A gennaio 2011 si è tenuto un prestigioso panel con questi stessi leader in occasione del quale, durante la presentazione del nostro Interim Report, abbiamo sostenuto in modo incondizionato la necessità di concludere le negoziazioni di Doha. Non abbiamo tuttavia mai ricevuto risposta dal governo statunitense.

A settembre, l’ex Primo Ministro britannico, Gordon Brown, l’ex Primo Ministro spagnolo, Felipe González e l’ex Presidente messicano, Ernesto Zedillo, hanno ricordato ai leader del G-20 che nel novembre del 2009, durante il primo incontro a Londra, si erano “impegnati a… portare a termine il Doha Round entro il 2010”. Due settimane fa si è tenuto invece un altro incontro delle Nazioni Unite sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals). L’obiettivo numero 8 riguarda gli strumenti, tra cui il commercio e gli aiuti, mentre l’8A impegna gli stati membri dell’ONU a “sviluppare ulteriormente un sistema finanziario e di scambio che sia aperto, regolamentato, prevedibile e non discriminatorio.”

Ma se è pur vero che quasi tutti i paesi hanno, ad oggi, optato per gli accordi preferenziali (Free Trade Agreements), negli ultimi tempi gli Stati Uniti sono diventati leader in questo campo. Sembra infatti che il congresso ed il Presidente non abbiano problemi di tempo per discutere gli accordi preferenziali bilaterali con la Corea del Sud, la Colombia e Panama e per le Trans-Pacific Partnership a livello regionale, ma che non riescano invece a trovare un attimo per discutere il non discriminatorio Doha Round che sta ormai languendo nel suo decimo anno di trattative.

E’ degno di nota il fatto che nel discorso sullo Stato dell’Unione del gennaio 2010 Obama aveva per lo meno menzionato il Doha, mentre in quello del gennaio 2011 non lo ha proprio fatto. Si è invece limitato a promuovere gli accordi bilaterali in sospeso con la Colombia e con altri paesi dei mercati emergenti.

Il deplorevole ritiro del sostegno al Doha Round da parte di Obama è il risultato di una serie di fattori e di errori che ho voluto evidenziare in una “Lettera aperta ad Obama”, scritta e pubblicata con le firme di circa 50 tra i più influenti esperti del commercio a livello mondiale, nella quale si esorta ad un spostamento della politica presidenziale verso Doha.

Il presidente americano è tuttavia prigioniero dei sindacati del paese che hanno sposato la falsa teoria secondo cui il commercio con i paesi poveri aumenterebbe le file dei poveri negli Stati Uniti abbassando il livello degli stipendi. In realtà, è più che evidente che è la teoria rivale ad avere un riscontro reale, ovvero che è il cambiamento tecnologico a creare pressione sugli stipendi, mentre le importazioni dei beni economici ad alta intensità di manodopera che i cittadini statunitensi consumano stanno in realtà compensando questa difficoltà.

Inoltre, i lobbisti di Washington concordano con l’assurda teoria degli esperti commerciali, come Fred Bergsten, secondo cui il ricavo che si otterrebbe da Doha, nei termini attuali, sarebbe pari a soli 7 miliardi di dollari circa su base annuale. Questa teoria non prende tuttavia in considerazione le enormi perdite che un eventuale fallimento del Doha Round implicherebbe. Potrebbe infatti, ad esempio, finire per mettere a rischio la credibilità dell’Organizzazione Mondiale del Commercio quale principale garante di uno scambio commerciale regolamentato e lasciare la liberalizzazione del commercio in balia di una politica discriminatoria che favorirebbe gli accordi preferenziali bilaterali. Bisognerebbe ricordare ad Obama che le importazioni creano anche posti di lavoro e che la sua enfasi sulla promozione solo delle esportazioni statunitensi è indice di una cattiva economia.

Ma più di ogni altra cosa Obama non dispone di una consulenza efficace sulla politica commerciale da parte suoi colleghi senior. Durante le primarie per la candidatura alla presidenza contro Obama, il Segretario di Stato Hillary Clinton, ad esempio, si era opposta alla liberalizzazione del commercio e aveva anzi esortato ad una “pausa” delle trattative sul libero scambio. Aveva poi mal interpretato il grande economista Paul Samuelson accusandolo di essere protezionista, sebbene lui non avesse mai fatto affermazioni in questo senso, senza mai ritrattare.

Allo stesso modo, sebbene Warren Buffett sia ora considerato l’economista più fidato di Obama, vale la pena ricordare che nel 2003 aveva affermato che la via migliore per ridurre il deficit statunitense fosse quello di autorizzare solo le importazioni che potevano essere finanziate tramite i ricavi delle esportazioni. Un Samuelson divertito e al contempo preoccupato ha richiamato la mia attenzione su quest’idea alquanto bizzarra. Ma se da un lato la ricetta di Buffett che prevede tasse più elevate per aumentare il livello di benessere dell’America è del tutto auspicabile, riuscirà Obama, dall’altro, a capire che un genio in un campo può invece essere un somaro in un altro?

Ciò di cui abbiamo bisogno oggi è che i leader di stato smettano di non prendere posizione e si uniscano nell’esortare Obama a concludere con successo il Doha Round. Questa mossa da sola potrebbe riuscire a controbilanciare le forze che lo spingono nella direzione sbagliata. Non è ancora troppo tardi.

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