Thursday, July 31, 2014
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Una svolta roosveltiana per le mega-banche americane?

WASHINGTON, DC – Se torniamo indietro di circa cent’anni, notiamo come gli Stati Uniti fossero leader nel mondo perché furono i primi a rivedere il funzionamento delle grandi aziende e stabilire come contenerne il potere. Retrospettivamente, la legge che rappresentò il passo in avanti – non solo per gli USA ma anche a livello internazionale – fu lo Sherman Antitrust Act del 1890.

Il progetto di legge Dodd-Frank sulla riforma finanziaria, necessaria da troppo tempo e ora al via libera del Senato americano, promette un impatto simile sul settore bancario.

Prima del 1890, le grandi aziende erano generalmente considerate più efficienti e più moderne rispetto a quelle di piccole dimensioni. Secondo l’opinione comune il consolidamento di aziende più piccole in poche grandi aziende era il simbolo di uno sviluppo stabilizzante che garantiva successo e consentiva maggiori investimenti produttivi. Dopotutto, l’America deve la sua ascesa a potenza economica mondiale alle gigantesche acciaierie, ai sistemi ferroviari integrati e alla mobilitazione di enormi riserve energetiche attraverso imprese come la Standard Oil.

Tuttavia queste compagnie, sempre più estese, avevano anche profonde ripercussioni sulla società, e in tal senso i bilanci sociali non sempre risultavano positivi. I dirigenti delle grandi aziende erano spesso persone senza scrupoli, e in alcuni casi utilizzavano la propria posizione dominante per tagliare fuori i concorrenti e consentire in tal modo alle aziende che rimanevano sul mercato di contenere l’offerta e incrementare i prezzi.

Nell’America della metà del XIX secolo dominavano sicuramente i mercati locali e regionali, ma niente che possa essere paragonato a quanto accaduto nei successivi 50 anni. Le grandi aziende apportarono notevoli miglioramenti in termini di produttività, ma contestualmente incrementarono il potere delle società private inducendole ad agire secondo metodi pregiudizievoli per il mercato in senso lato – e per la società.

Lo Sherman Act stesso non cambiò la situazione da un giorno all’altro, ma, una volta che il Presidente Theodore Roosevelt decise di occuparsi di tale causa, questa legge diventò un potente strumento per combattere i monopoli nel settore industriale e nei trasporti. In tal modo Roosevelt e coloro che seguirono i suoi passi smossero l’opinione pubblica.

La prima azione di Roosevelt, contro le Northern Securities nel 1902, fu oggetto di notevoli polemiche, ma dieci anni più tardi, furono in molti a considerare ragionevole il fallimento della Standard Oil – forse la società più potente di quell’epoca. Tra l’altro, tale tracollo avvenne in pieno stile americano: la holding fu smembrata in oltre 30 società, gli azionisti si arricchirono e la famiglia Rockefeller cercò di riabilitare il proprio nome agli occhi dell’opinione pubblica americana.

Perché questi strumenti antitrust non vengono utilizzati oggi contro le mega-banche, che sono diventate così potenti da eludere leggi e controlli, e che al contempo godono, in caso di necessità, di cospicui fondi di salvataggio finanziati dai contribuenti?

La risposta è che il tipo di potere che le grandi banche esercitano oggi è molto diverso da ciò che avevano in mente i legislatori dello Sherman Act – o coloro che avevano concepito l’applicazione di tale legge agli inizi del XX secolo. Le banche non hanno il potere monopolistico di fissare i prezzi in senso tradizionale e la loro quota di mercato – a livello nazionale – è inferiore rispetto a quanto scaturirebbe da un’indagine antitrust nei settori non finanziari.

Efficaci tetti alle dimensioni delle banche furono imposti dalle riforme bancarie degli anni Trenta, si cercò anche di mantenere tali restrizioni nel Riegle-Neal Act del 1994, ma durante l’intero processo di liberalizzazione degli ultimi 15 anni tutte queste limitazioni finirono nel nulla.

Ora, tuttavia, è in arrivo un modello di antitrust – sulla base dell’emendamento di Kanjorski, le cui disposizioni sono state inserite nel progetto di legge Dodd-Frank. Una volta tramutato in legge il progetto, le Authority federali avranno il diritto e la responsabilità di limitare la libertà d’azione delle grandi banche e, laddove necessario, di pilotarne il fallimento qualora rappresentino un “grave rischio” per la stabilità finanziaria.

Non si tratta di teoria – tali rischi si sono manifestati molto chiaramente alla fine del 2008 e agli inizi del 2009. Naturalmente, non vi è certezza che le Authority mettano in pratica tali procedure. Ma, come ha recentemente dichiarato il Deputato del Congresso Paul Kanjorski, che ha fortemente voluto tale provvedimento, “la storia degli ultimi dieci anni ci insegna che le Authority finanziarie devono usare i propri poteri invece di coccolare gli interessi del settore.”

E Kanjorski probabilmente ha ragione sul fatto che non servirebbero grandi sforzi. “Se solo un organo di vigilanza usasse questi straordinari poteri [per far crollare le banche “too big to fail”] almeno una volta,” sostiene, “trasmetterebbe un messaggio importante,” che “cambierebbe radicalmente il comportamento futuro di tutte le società finanziarie.”

Le Authority di vigilanza potrebbero fare molto, ma necessitano di direttive politiche dall’alto per ottenere risultati seri. Naturalmente, Teddy Roosevelt preferiva agire secondo la politica del Big Stick: “speck softly and carry a big stick”, ovvero “parla con pacatezza ma brandendo un grosso bastone.” Il grosso bastone è l’emendamento di Kanjorski. Chi lo userà?

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