Saturday, November 1, 2014
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La Pagella Di Rio

NEW YORK – Una delle pubblicazioni scientifiche più importanti del mondo, Nature, ha da poco pubblicato una durissima scheda di valutazione in vista del vertice di Rio+20 sullo sviluppo sostenibile che averrà prossima settimana. I voti per l’attuazione dei tre grandi trattati, siglati al primo Summit della Terra di Rio del 1992, sono stati gravemente insufficienti (F): Cambiamento Climatico – F; Diversità Biologica – F; e Lotta alla Desertificazione – F. L’umanità può ancora evitare di essere eliminata?

Sappiamo da almeno una generazione che il mondo ha bisogno di un cambio di rotta. Invece di alimentare l’economia mondiale con combustibili fossili, dobbiamo mobilitare un uso molto maggiore di fonti energetiche alternative a basso consumo di carbonio, come l’energia eolica, solare e geotermica. Invece di andare a caccia, pescare e disboscare dei terreni senza riguardo per l’impatto sulle altre specie, dobbiamo regolare la nostra produzione agricola, l’attività di pesca, ed il taglio degli alberi in base alla capacità di carico dell’ambiente. Invece di consentire che le persone più vulnerabili del mondo non abbiano la possibilità di accedere a politiche di pianificazione familiare, all’istruzione, all’assistenza sanitaria di base, dobbiamo porre fine alla povertà estrema e ridurre i crescenti tassi di fertilità che persistono nelle zone più povere del mondo.

In breve, dobbiamo riconoscere che con sette miliardi di persone oggi, e nove miliardi entro la metà del secolo, tutte interconnesse in un’economia globale altamente tecnologica e ad alta intensità energetica, la nostra capacità collettiva di distruggere i sistemi vitali del pianeta è senza precedenti. Eppure le conseguenze delle nostre azioni individuali sono in genere così distanti dalla nostra consapevolezza quotidiana che possiamo andar dritti verso il precipizio senza nemmeno saperlo.

Quando accendiamo i nostri computer e le luci, non siamo consapevoli delle emissioni di carbonio che ne derivano. Quando mangiamo i nostri pasti, siamo inconsapevoli della deforestazione che costituisce l’esito di una agricoltura insostenibile. E quando miliardi di nostre azioni si combinano per creare carestie ed inondazioni dall’altra parte del mondo, affliggendo le popolazioni più povere del Mali e del Kenya, paesi soggetti alla siccità, pochi di noi sono anche vagamente consapevoli delle insidie pericolose dell’interconnessione globale.

Venti anni fa, il mondo ha cercato di affrontare queste realtà mediante trattati e la legislazione internazionale. Gli accordi emersi nel 1992, in occasione del primo vertice di Rio, erano buoni: ponderati, lungimiranti, dotati di senso civico, e focalizzati sulle priorità globali. Eppure non ci hanno salvato.

Quei trattati hanno vissuto all’ombra della nostra politica quotidiana, del nostro immaginario, e dei cicli mediatici. I diplomatici hanno faticosamente partecipato alle conferenze anno dopo anno per la loro applicazione, ma i risultati principali sono stati incuria, ritardi, e litigi sugli aspetti legali. Venti anni dopo, abbiamo solo tre gravi insufficienze a testimonianza dei nostri sforzi.

C’è una strada diversa? Il percorso attraverso il diritto internazionale impegna avvocati e diplomatici, ma non gli ingegneri, gli scienziati, e i leader delle comunità in prima linea sul fronte dello sviluppo sostenibile. È un percorso disseminato di misteri tecnici riguardo a monitoraggio, obblighi vincolanti, paesi annex I e non, e migliaia di altri legalismi, ma non è riuscito a dare all’umanità il linguaggio per discutere della nostra stessa sopravvivenza.

Abbiamo migliaia di documenti, ma non siamo riusciti a parlare chiaramente tra noi. Vogliamo salvare noi stessi ed i nostri figli? Perché non si dice questo?

Al vertice di Rio+20 dobbiamo esprimerci così, chiaramente, con decisione, in modo da arrivare alla soluzione dei problemi e all’azione e non a litigi ed arroccamenti. Dal momento che i politici seguono l’opinione pubblica piuttosto che guidarla, deve essere la stessa collettività ad esigere la propria sopravvivenza, e non i funzionari eletti che si presume debbano in qualche modo salvarci nostro malgrado. Ci sono pochi eroi in politica; aspettare i politici potrebbe voler dire attendere troppo a lungo.

Il risultato più importante di Rio, quindi, non sarà un nuovo trattato, una clausola vincolante, o un impegno politico. Sarà un appello globale all’azione. In tutto il mondo, si rafforza la richiesta di porre lo sviluppo sostenibile al centro del pensiero e dell’azione globale, in particolare per aiutare i giovani a sostenere una sfida composta da tre elementi basilari – benessere economico, sostenibilità ambientale e inclusione sociale- che caratterizzeranno la loro epoca. Rio+20 può aiutare a farlo.

Piuttosto che un nuovo trattato, nel corso di Rio+20 cerchiamo di adottare una serie di obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals – SDG), che ispireranno una generazione ad agire. Proprio come gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio ci hanno aperto gli occhi sulla povertà estrema ed hanno promosso una mobilitazione globale senza precedenti per combattere l’AIDS, la tubercolosi e la malaria, gli SDG possono aprire gli occhi dei giovani di oggi sul cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, ed il disastro della desertificazione. Possiamo ancora far bene riguardo ai tre trattati di Rio, mettendo le persone in prima linea sul fronte dell’impegno.

Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile di porre fine alla povertà estrema; “decarbonizzare” il sistema energetico; rallentare la crescita della popolazione; promuovere un’offerta alimentare sostenibile; proteggere gli oceani, le foreste, e le zone aride; e correggere le disuguaglianze del nostro tempo possono spronare il talento per la risoluzione dei problemi di una generazione. Gli ingegneri ed i maghi della tecnologia, dalla Silicon Valley a San Paolo, da Bangalore a Shangai nascondono nella manica le idee vincenti per la salvezza del mondo.

Le università di tutto il mondo ospitano legioni di studenti e docenti intenti a risolvere problemi pratici nelle loro comunità e nei loro paesi. Le imprese, almeno quelle valide, sanno di non poter prosperare e motivare i propri lavoratori e consumatori a meno di non partecipare alla soluzione.

Il mondo è pronto ad agire. Rio+20 può contribuire a lanciare una generazione propensa all’azione. C’è ancora un po’ di tempo, proprio appena un poco, per trasformare le F in A, e superare l’ultimo esame dell’umanità.

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  1. CommentedKariuki Kiragu

    Having groped my way into the triple-bottom line world in the last 10 years, I find that, to the economic, environmental and social pillars, a spiritual one should be added.
    It comes with the currencies of goodwill, appreciation and inner peace so necessary to harmonizing the other 3 pillars.
    Working in the slums and among the poor in Nairobi, the feeling has been the need to first engender trust and a sense of responsibility to the larger community, say, Africa. Thus, discourse invariably commences on an ideological plane, inherently spiritual.
    The bank yonder is misty, the river is wide, silent…let’s make the leaps of faith, from one stepping stone to another.

  2. CommentedTom McGivan

    I sense that the important point to take from this is the idea of technology at the forefront of responding to climate change. Politicians from both developed and developing countries have worked tirelessly to implement treaties, policies and other forms of motivation but the reality is that we have not done enough. The role of politics should now be to provide real economic incentives for investment in change, given the way our society functions, genuine economic reform trumps a motivational speech every time.

  3. Commentedjallo jallo

    The reality is that anything that would resemble sustainable development is not going to be called for public opinion either, and thisis where Prof. Sachs expectations are doomed to be unfulfilled. And why is that? Because achieving anything that would remotely resemble sustainable development would imply making hard choices, and giving up things that most people in the West value, (or they think thatbthey value) namely individualism and freedom of choice (as consumers), materialism and opulent lifestyles, environmentally insensitive technologies that make our life easier, high expectations of comfort, etc. Anything different to these would be greenwahing. What we need to make people understand is that these priviledges have been achieved as a result of centuries of unsustainable economic growth and they will dissapear anyway as ecological limits to growth

  4. Commentedjames durante

    There are two fundamental barriers to the kind of "course correction" Sachs is talking about: capitalism and the nation state. Look at almost all the articles on this site: the mantra is growth. It is difficult to imagine that in the real political world there will be any real aspirations for the goals Sachs mentions. Each one is contradicted by individual and national interests, at least in the broad context of the twin pillars of modernity. Consider the current presidential election in the US. As far as I can tell neither candidate will have any interest or motivation in discussing Sachs' worthy goals.

    The precipice is here. Look over the edge.

  5. CommentedFrank O'Callaghan

    Professor Sachs is a breath of fresh air. He does not deny the problems or lessen their daunting scale. Yet he suggests that Humanity can deal with the threat off global climate change. I am not sure that I agree with him. We can certainly influence the rate of change and perhaps the nature of that change, e.g. in anti-desertification and reforestation schemes.

    I hope that he is right. It is probably right to hope. It may even have an effect on the outcomes by improving motivations of the actors. My fear is that we have passed a tipping point and that the juggernaut of climate change is in irrevocable motion.

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