Thursday, November 27, 2014
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La grande festa finanziaria cambia sede?

LONDRA – C’è stato un tempo in cui le classifiche riempivano solo le pagine sportive dei giornali. Ora sono un’ossessione globale.

Ci sono classifiche di scuole e università, classifiche sulla redditività o sulla responsabilità sociale delle aziende, sugli indicatori di felicità per paese e sui consumer brand a maggiore valore economico. Esiste persino una classifica delle barzellette più divertenti al mondo (che non mi hanno fatto ridere un granché).

Anche nel mondo finanziario non mancano le classifiche. Le banche d’investimento attendono col fiato sospeso le graduatorie su fusioni e acquisizioni, anche se un’eventuale posizione alta non è necessariamente sinonimo di redditività. Le classifiche sulle banche ci accompagnano da un po’ di tempo, e ora tendono a basarsi sulla solidità patrimoniale piuttosto che sul volume degli attivi, il che è una sorta di miglioramento, ma non ancora del tutto significativo.

Ora, per di più, sono disponibili numerose liste (che stanno generando non poca ansia), secondo cui i centri finanziari sono classificati prevalentemente in base alle stime aziendali. Quanto sono profondi i danni arrecati dalla crisi finanziaria alla reputazione e alla performance dei maggiori centri dell’Occidente? È questa la domanda che va per la maggiore a Londra, e in misura minore a New York. (Alcuni americani tendono a pensare che il mondo tornerà a bussare alla loro porta, non importa in che modo saranno accolti al loro arrivo!)

Il messaggio che giunge finora dalle recenti classifiche non è eccessivamente allarmante per le incumbent, ossia per le società dominanti. Secondo un ranking stilato dalla City Corporation di London, New York e Londra sono gomito a gomito in testa alla classifica. Secondo la rivista The Banker, New York sarebbe invece in vetta, seguita a breve distanza da Londra, sebbene gli inseguitori siano sempre più vicini. Londra e New York registrano punteggi inferiori sia per la qualità e l’intensità di regolamentazione, che per la pressione fiscale. In entrambe le aree le aziende mostrano preoccupazione per il futuro. 

Il cambiamento più evidente nei ranking riguarda l’ascesa dei maggiori centri finanziari asiatici, non solo Hong Kong e Singapore, ma anche Shanghai, Pechino e Shenzhen. La Cina sta chiaramente promuovendo i propri centri finanziari, e l’impatto inizia ad essere visibile. Secondo il Financial Development Index, ossia l’indice di sviluppo finanziario elaborato dal World Economic Forum – l’ennesima classifica da osservare – Hong Kong e Singapore sono in effetti molto vicine a Londra, con la Cina ora davanti all’Italia per quanto riguarda il livello generale di sofisticazione finanziaria. I noodle battono gli spaghetti.

Alcuni risultati erano prevedibili. Con lo spostamento ad est del centro di gravità economico del mondo, anche l’equilibrio dell’attività finanziaria è destinato a muoversi all’unisono. Partendo dal presupposto che se qualcosa è prevedibile, sarebbe bene prenderla in considerazione, Londra e New York dovrebbero reagire in modo adeguato cercando un modo per collaborare con questi nuovi centri.

Ma la domanda più importante per i tradizionali centri finanziari è se l’attività internazionale si stia realmente spostando. La risposta però non è per nulla semplice. Esistono aneddoti su singoli gestori di hedge fund che si trasferiscono a Ginevra. Ogni volta che un governo o un ente di vigilanza annuncia nuovi controlli o un inasprimento dei controlli esistenti, i banchieri minacciano di fare le valigie e lasciare la città, portandosi via Porsche e donne. 

Tali minacce, che avevano di solito un notevole impatto politico, sono ora decisamente meno efficaci. Alcuni politici ed esperti si affrettano a dire “Finalmente”. Persino la Bank of England si è chiesta, se, considerati i costi per la gestione del caos scatenato dalla recente crisi, valga la pena ospitare un mercato finanziario globale.

Questa è una speculazione rischiosa. Per quanto si siano comportati male i banchieri – alcuni si meritano chiaramente almeno dieci anni di “penalty box” (un termine preso in prestito dallo sport per indicare un’espulsione temporanea) – i servizi finanziari sono un elemento fondamentale dell’economia londinese. Se il settore finanziario si deteriora, cosa prenderà il suo posto in termini di occupazione?

I discorsi vaghi su come scienza e industria manifatturiera possano trainare l’economia fuori dalla recessione (un’immagine prediletta dell’ex primo ministro britannico Gordon Brown) sono solo parole vuote. Sono pochi, ove esistenti, gli esempi di società post-industriali ad alto costo che hanno dato slancio al settore manifatturiero su vasta scala dopo averne registrato un calo.

Londra, in particolare, non ha alcun diritto inalienabile di essere un centro finanziario globale. Dopo tutto, il mercato nazionale del Regno Unito è decisamente più piccolo di quello degli Stati Uniti.

In effetti, nei secoli il centro dell’attività finanziaria è cambiato. Se l’incumbency fosse un vantaggio permanente, le sedi internazionali della Goldman Sachs si troverebbero a Babilonia. Deve esserci un momento critico in cui la combinazione di una maggiore tassazione, una regolamentazione più pesante e un clima politico ostile spinga le società finanziarie a trasferirsi.

Ora la Gran Bretagna rischia di avvicinarsi proprio a questo punto. Ed è per questo che la Financial Services Authority del Regno Unito, e persino la Confederation of British Industry, che depone ampiamente a favore delle società non finanziarie preoccupate dell’accesso al credito, hanno iniziato a chiedere una tregua tra le autorità e i mercati finanziari.

I prossimi due o tre mesi saranno decisivi per capire se la pace scoppierà, e in tal caso, se durerà. Come succede sempre nelle trattative di pace, i due fronti devono essere disposti a scendere a un compromesso.

Le società dovranno mostrare una certa moderazione nell’assegnazione dei bonus di quest’anno. Il governo britannico non tollererà un'altra grande festa. E i governi ai due versanti dell’Atlantico dovranno decidere fino a che punto spingersi per punire le banche. Le continue minacce di una maggiore pressione fiscale a carico delle banche potrebbero rivelarsi pericolosamente controproducenti. Se non troviamo presto un accordo su un nuovo contratto sociale tra stato e mercati, questi ultimi potrebbero davvero trasferirsi altrove.

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