Sunday, November 23, 2014
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Un Piano Marshall per il mondo arabo

ROMA – Il discorso più importante del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, sulle conseguenze della primavera araba apre anche una sfida per l’Europa. Solo nel caso in cui la partnership transatlantica dimostrerà la sua efficacia, come nel caso della Guerra Fredda e della fine della divisione dell’Europa, l’Occidente riuscirà a contribuire alla realizzazione delle speranze scaturite dalle rivolte arabe.

La crisi nei paesi vicini all’Europa del sud rispecchia un processo di trasformazione profonda che avrà conseguenze a lungo termine sulla regione, sull’Europa ed il mondo intero. La regione del Mediterraneo è vitale per il mantenimento della pace, della stabilità e della crescita economica in Europa. Non solo, i vicini del Mediterraneo guardano all’Europa come il loro partner naturale, mentre gli avvenimenti dell’area, come il processo di pace israelo-palestinese, hanno un impatto ben più ampio che implicano il coinvolgimento di partner globali, primi fra tutti gli Stati Uniti.

Gli eventi attuali, e non solo in Libia ma anche in Tunisia, Egitto, Siria, Yemen e Bahrein, rispecchiano la complessità politica di questi paesi e derivano da fattori diversi come la frustrazione per l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e la corruzione dilagante insieme alla richiesta di una maggior democratizzazione, di una riduzione delle disparità economiche e sociali e della creazione di posti di lavoro.

La risposta dell’Europa a questo processo deve avere come obiettivo quello di un processo di transizione rapido e metodico. Le proposte di una qualche forma di “partnership per la trasformazione”, basate su una riforma politica e nel pieno rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, devono tenere ben presente che, nei prossimi mesi, il panorama politico della regione rimarrà quasi sicuramente oscillante e tesa.

Non è sorprendente quindi che la stabilità regionale sia diventata una priorità estrema per gli europei. Il caos, la riemersione del terrorismo, la radicalizzazione dell’Islam estremista e consistenti flussi di immigrati verso l’Europa sono solo alcune delle minacce potenziali che l’Unione europea sta al momento prendendo in esame. Alla luce di ciò, l’UE dovrebbe fare tutto il possibile per prevenire un eventuale deterioramento della sicurezza della regione.

Proprio come il Piano Marshall, dopo il 1945, consisteva di un pacchetto di aiuti finanziari mirati alla ricostruzione ed al rilancio delle economie dell’Europa occidentale a sostegno della trasformazione democratica e della stabilità politica, allo stesso modo i paesi della primavera araba si trovano di fronte a sfide e bisogni simili. In questo contesto, dovremmo pertanto aiutare paesi come l’Egitto e la Tunisia, e possibilmente una Libia in pace, a rafforzare la loro stabilità politica attraverso un processo di democratizzazione.

Il Piano Marshall è stato portato avanti attraverso una serie di partnership per la ricostruzione all’interno delle quali gli Stati Uniti ed i paesi europei beneficiari si trovavano sullo stesso piano con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione al fine di creare un contesto di pace duraturo. La situazione nella regione del Mediterraneo è in una fase più avanzata. Esistono già le basi per una partnership ed è ora necessario migliorare l’integrazione europea con i paesi vicini nell’area meridionale.

Ecco perché l’Italia ha proposto un nuovo “Piano per il Mediterraneo” UE con l’obiettivo di sostenere il processo di transizione lavorando sulle infrastrutture istituzionali e finanziarie già esistenti e fornendo alla regione risorse aggiuntive. L’Unione per il Mediterraneo, lanciata dal Presidente francese Nicolas Sarkozy nel 2008, deve essere rivitalizzata e direzionata verso progetti di sviluppo, ovvero dalle autostrade ai porti fino alla promozione delle piccole e medie imprese.

C’è comunque bisogno anche di un’iniziativa economica in grado di mobilitare una gran quantità di risorse da parte dell’Europa e degli istituti finanziari al fine di attirare investimenti verso la regione e modernizzarne le infrastrutture ed i servizi. Dobbiamo eliminare, assieme agli Stati Uniti, le barriere economiche e commerciali che reprimono queste economie e garantire, poi, ad alcuni di questi paesi del Mediterraneo uno status associativo che permetterà loro di integrarsi in modo progressivo nel mercato interno dell’UE e di partecipare ai programmi UE.

Per ottenere tutti questi risultati è necessario stabilire una serie di principi. Noi europei dobbiamo favorire la stabilità, creare uno spirito reale di comproprietà e promuovere la responsabilità politica. All’interno di questa nuova struttura quadro, l’UE dovrebbe evitare un’eccessiva concessione di condizioni, in particolar modo durante il periodo di transizione.

Il forte sostegno dell’Europa allo sviluppo economico della regione deve rimanere una priorità nella fase di avviamento delle riforme necessarie dei paesi arabi. Inoltre, sarebbe utile creare un’istituzione finanziaria ad hoc quale sostegno a questo compito. Una proposta interessante è quella di potenziare e rafforzare il FEMIP (European Investment Bank’s Facility for Euro-Mediterranean Investment and Partnership), strumento della Banca Europea per gli Investimenti, che diventerebbe un istituto autonomo molto probabilmente con sede centrale in Medio Oriente o nel Nord Africa con alcune quote detenute dai governi della regione (o altri istituti) e altri partner disponibili.

La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo con sede a Londra potrebbe unirsi a questo sforzo ampliando le sue attività nella regione e creando dei servizi dedicati a sostegno della crescita delle imprese per la creazione di nuovi posti di lavoro. Visto l’enorme contributo della BERS al processo di transizione nell’Europa dell’est, sarebbe utile utilizzare la sua esperienza e competenza per dare sostegno ai paesi del sud del Mediterraneo.

Allo stesso tempo, l’UE deve lanciare un “dialogo tra pari” sulle questioni politiche e di sicurezza mirato a creare fiducia in tutta la regione. Una “Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione nel Mediterraneo e nel Medio Oriente” potrebbe diventare uno strumento utile per promuovere un approccio esaustivo alla sicurezza e allo sviluppo. In breve, dobbiamo trasformare i paesi del Mediterraneo in produttori piuttosto che consumatori della stabilità regionale.

Noi europei non possiamo permetterci di girare le spalle ai nostri amici arabi sulle coste del “mare nostrum”. Sono parte della nostra storia e meritano un futuro migliore che noi possiamo aiutare a costruire.

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